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«...mi renderò conto non già delle parole di quelli che sono gonfi di orgoglio, ma di ciò che veramente sanno fare» (4,19)

Povertà e piccolezza: le sfide nella palestra della chiesa a Corinto (1Cor 4,18-21).

Gonfiarsi d’orgoglio, o sfidare la verità con l’atteggiamento dell’illuso, appare immediatamente l’unica vera minaccia alla fatica enorme vissuta da Paolo e dai missionari a Corinto durante i mesi e gli anni dedicati all’evangelizzazione. Non è comune, infatti, all’interno del proprio epistolario destinato alle diverse comunità leggere le parole dell’apostolo mentre circoscrive questo strano fenomeno tutto “corinzio”. Tuttavia, il nuovo testamento a volte riporta la stessa condanna nei confronti di persone che sfidano Gesù con sguardi incattiviti e minacciosi (Mt 9,4; Lc 6,8), ma rimane emblematica e lapidaria la dichiarazione contenuta nelle parole di Maria quando afferma che Dio: «ha disperso i superbi nei pensieri
del loro cuore» (Lc 1,51). Di Lui, infatti, è continuamente descritta l’intenzione di capovolgere il destino di coloro i quali, convinti di poter aver ragione anche nei confronti dell’Onnipotente, si adoperano per sfidarlo, appunto. Nell’Antico testamento, ad un certo punto, Dio sembra aver voluto mitigare i toni addirittura e prevenire le conseguenze di un disastro inevitabile; in Isaia è scritto: «L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore» (55,7-8). Un popolo, quello d’Israele, scelto per ascoltare ed obbedire, custodire ed osservare, divenendo esso stesso un “tempio” vivente in cui la sua Parola è presente e tramandata di generazione in generazione è il profilo che si ricava da questo brano carico di comprensione e, allo stesso tempo, di fermezza e imposizione da parte del Signore; e nonostante tra il profeta Isaia e l’apostolo intercorrano secoli di differenza, la situazione sembra ripresentarsi adesso anche a Corinto, città greca abitata da gente che ha ricevuto la chiamata alla santificazione in Cristo Gesù (1,2), ovvero allo stesso identico destino d’Israele (elezione all’ascolto e alla custodia della Parola di Dio) non però per mezzo di Mosè e dei profeti, ma per mezzo di Gesù Cristo e dei suoi apostoli. E se in Isaia il popolo è da Dio stesso distolto dall’intento di progettare nuove mura e un nuovo tetto di una nuova casa per il Signore, dopo che quello di prima era stato distrutto nell’invasione assiro-babilonese, divenendo esso stesso il “nuovo” edificio dedicato alla Sua presenza, l’apostolo Paolo, praticamente, fissando ben davanti a sè e davanti ai corinzi la condizione dell’opera di Dio costruita attraverso la predicazione, distoglie i fratelli e le sorelle dal
preciso intento di mutilare la realtà di campo, edificio e tempio di Dio quale essi sono diventati attraverso l’ascolto e la conversione alla parola della croce (1,18), gonfiandosi d’orgoglio per aver avuto il battesimo da Apollo, oppure da Cefa o da Paolo direttamente. In continuità con l’idea
imponente che suscita nell’immaginario di chi legge e ascolta le parole dell’apostolo, egli dichiara di voler al più presto incontrarli per rendersi conto: « non già delle parole di quelli che sono gonfi di orgoglio, ma di ciò che veramente sanno fare» (v. 19), mettendo così in chiaro come appartenere alla nuova comunità fondata da Gesù, denominata “regno di Dio”, sia una realtà concreta in cui la comunione, la concordia, lo stile di vita secondo il pensiero di Cristo (2,16) costano fatica, sudore, impegno leale e costante da parte di ognuno e di tutti insieme. « Il regno di Dio infatti non consiste in parole, ma in potenza» (v. 20). Questo riprende, poi, la consistente lezione della prima generazione cristiana secondo cui la fede in Dio si vede attraverso le opere e quest’ultime sono realmente “potenti”, cioè efficaci e degne di memoria, se dedicate ai “piccoli”, ovvero a coloro che, neonati in Cristo (3,1), necessitano di attenzione e cura con tutta la dignità possibile, come se fossero Cristo stesso (Mt 25,5ss). Per questo, infatti, l’apostolo fin dall’inizio del suo discorso rivolto ai fratelli e alle sorelle corinzie ha mostrato paternità docile e convinta, attenzione
amorevole e ferma, precisa, puntuale, insistente e coinvolgente, nei confronti di chi ha minacciato la comunione formando gruppi e partiti; per questo, pur potendo ammonire e istintivamente irritarsi per l’accaduto ha affrontato la situazione incrociando la storia dei corinzi con la tradizione di un vangelo vissuto anche sulla propria pelle, da Damasco in poi: una condizione di neonato in cui è stata determinante la discrezione di Anania dopo la folgorazione del bagliore luminosissimo (9,1-4). Ma la lezione dell’apostolo, così come quella delle prime comunità cristiane, sull’attenzione ai poveri e ai “piccoli”, fatica a raggiungere le comunità di oggi perché troppo prese dai vari modelli di servizio collaudati e di successo anche se non sempre destinati all’ “altro”, ma solo a sé stesse. La discrezione, il nascondimento e l’intimità, che accrescono la comunione favorendo il dialogo e distogliendo eventuali disturbi nella comunicazione, hanno perso terreno; così come il discernimento, la capacità di decidere secondo l’unica via e l’unica parola, che è il vangelo, sono state relegate a pratiche virtuose per situazioni complicate, straordinarie e non quotidiane. Quindi, nel bel mezzo del cammino sinodale, è molto utile chiedersi quanto sia necessario riappropriarsi dei “pensieri” che hanno scritto la storia della Parola, le vicende concrete di quella potenza con cui è maturata sia la fede che la presenza di Dio nella vita dei credenti. Riappropriarsi, cioè recuperare fiato per l’anima fermando la corsa ai numeri, ai like, ai consensi e agli applausi; prendere nuovamente in mano e poi interiorizzare la logica mite, nascosta e fraterna della condivisione di Nazareth e della preghiera comune a Gerusalemme, evitando di strumentalizzare ogni attimo della vita di comunità pur di accrescere il numero di followers; innamorarsi del profondo, auspicare la ricerca dei contesti di formazione, di catechesi, di studio, di relazione e di creatività, distogliendo gli occhi e la mente dalla frenesia della visibilità; appoggiarsi senza paura sul poco che ci è stato affidato, evitando l’affanno di abbracciare tutto e tutti in modo virtuale.
Povertà come misura del desiderare e piccolezza come metro dell’essere concreto, possono ancora ispirare la cristianità ecclesiale?
Lo sguardo rivolto all’ “altro”, piuttosto che agli “altri”, quindi al singolo, all’individuo, incontrato in tutta la solitudine che possiede, può accompagnare l’unica azione pastorale possibile, oggi?
Spunti e appunti per una Lectio personale
Pensieri di Dio e pensiero dell’uomo
Isaia 55, Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.
Marco 8, 33 Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Percé tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Galati  5, 13 Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri. 14 Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso.
15 Ma se vi  mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!


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