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A proposito di autonomie…

Leggevo recentemente che Giuseppe Alessi, primo presidente della Regione Siciliana e capofila di tanti intellettuali che congiunsero esperienza di fede ed impegno politico, rispettando la laicità delle istituzioni ma affondando l’orizzonte valoriale delle materie politiche nella genuina tradizione cattolica, vedeva la data della promulgazione dello Statuto regionale siciliano (15 maggio 1946) come non casuale ma un richiamo provvidenziale ad un altro 15 maggio, quello del 1893, quando Leone XIII faceva dono alla Chiesa universale dell’enciclica Rerum Novarum che inaugurava la dottrina sociale della Chiesa e dunque una bussola per quanti, cattolici, erano desiderosi di impegnarsi nel sociale e nel politico. Questo curioso dato offre la possibilità di una piccola analisi su quale rapporto possa esserci stato in Sicilia tra uno storico e secolare desiderio di autonomia, maggiormente evidenziatosi dopo le annessioni sabaude di risorgimentale memoria e l’impegno sociale del nostro clero. Viene segnalato che rispetto alle altre regioni d’Italia, in Sicilia si notò di più l’impegno della Chiesa e in modo particolare del clero nel dare spessore di pensiero e di orientamento alla questione unitaria. Nella nostra diocesi gli eventi risorgimentali furono vissuti sotto il lungo episcopato di monsignor Cesare Agostino Sajeva. La Chiesa assisteva alla politica di Garibaldi che aveva favorito il decreto del 2 giugno 1860 che concedeva ai combattenti le cosiddette università demaniali e non veniva toccato il diritto della proprietà privata mentre si temeva da parte ecclesiastica che lo stesso patrimonio potesse essere oggetto di provvedimenti di esproprio da parte dei nuovi governi. Anche durante l’esperienza dei Fasci siciliani, movimento spontaneo di massa che univa proletariato urbano, braccianti, minatori e operai che si ispiravano a idee democratiche e socialiste negli ultimi anni dell’Ottocento, il clero e il mondo cattolico furono vicini e in parte alimentarono il movimento per decrementare l’influenza del governo centrale. Ma sarà soltanto con don Luigi Sturzo che si poté passare come è stato scritto “da un filoautonomismo fatto di forti ragioni storiche e culturali ad un autonomismo maturo che fosse capace di coniugare gli interessi dell’Isola con quelli della Nazione e che non soffrisse di quelle componenti psicologiche che portavano alla mera contrapposizione. Luigi Sturzo fu il padre del moderno autonomismo e teorico del regionalismo” (P. Hamel, Chiesa, cattolici e autonomia regionale siciliana: un difficile percorso, in La Chiesa di Sicilia dal Vaticano I al Vaticano II, pag. 955). Nel progetto politico e sociale del grande sacerdote calatino, fratello del nostro Vescovo Mario, Sturzo non sminuiva la portava dell’unitarismo ma si definiva anche “federalista impenitente”. Egli desiderava il superamento degli assetti dello Stato liberale il quale, pur custodendo come inviolabili le libertà e i diritti dei cittadini, nella sua forma più pura escludeva lo stato sociale favorendo così il divario tra nord e sud ed un centralismo amministrativo che metteva in subordine i gravi problemi del Mezzogiorno italiano. Sturzo auspicava invece un decentramento regionale amministrativo e finanziario che facesse sì che regioni, province e comuni si responsabilizzassero per non essere semplici uffici delegati dallo Stato ma centri propulsori di promozione e tutela del territorio. Idee modernissime, attuali, che spronano, a partire dal nostro passato, a rinvigorire il desiderio di servire spassionatamente il nostro territorio nel servizio al bene comune.  



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