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Testimonianza dei seminaristi sulla loro esperienza missionaria

Il nostro viaggio missionario in India

Noi seminaristi del primo anno per l’esperienza formativa estiva abbiamo trascorso un mese in India, in particolare nella città di Pune, nello stato del Maharashtra, per stare a stretto contatto con le famiglie cristiane che vivono lì in modo da comprendere come avviene l’evangelizzazione in un paese così lontano e diverso.
Al nostro arrivo siamo stati accolti dalle famiglie cristiane missionarie del cammino neocatecumenale, cioè famiglie che avevano deciso di lasciare le loro case e il proprio lavoro per evangelizzare con la loro presenza e anche andando di casa in casa e parlando del Vangelo. Ci ha colpito la forza, la freschezza e la vitalità che queste famiglie, insieme ai loro figli, hanno nel professare la propria fede in Gesù Cristo pur essendo in un contesto dove la religione predominante è l’induismo, che, per diverse ragioni, rende più difficile l’evangelizzazione dell’India. Però nonostante questo, grazie alla testimonianza di molte famiglie tra cui quella di Philip, (dodici figli, tre maschi e nove femmine) di Sabby (nove figli, otto femmine e un maschio) e di Ranjit (due figli maschi) insieme alle loro rispettive mogli, sono nate molte comunità, insieme all’aiuto e al servizio che compie il rettore del seminario “Redemptoris Mater” di Pune, padre Johns. 
Ogni giorno le famiglie non mancavano di testimoniare il loro amore per il Vangelo attraverso gesti concreti, ospitandoci nelle loro comunità, integrandoci sempre più e parlandoci di Dio e di come Cristo sia fondamentale nelle loro vite. Ogni sabato ci siamo ritrovati a celebrare l’Eucarestia nelle loro case, e qualche volta anche durante la settimana fermandoci poi per la cena. In particolare ci hanno colpito le testimonianze di due famiglie provenienti dall’induismo e convertite al cristianesimo: quella di Maria e Michael e quella di Abraham e Sara. Le loro esperienze sono state molto travagliate, ma entrambe permettono di vedere la potenza con cui lo Spirito Santo agisce nelle vite di chi decide di accogliere il Signore risorto. 
Parlando con Philip, il responsabile della “Missio ad Gentes” della città di Pune riguardo alla sua esperienza di fede e di famiglia composta da ben dodici figli, una frase ci ha colpito particolarmente: “Se tu dai vita, Dio ti dà vita”. Ed è stato bello per noi sentire da loro che il Signore non ha mai fatto mancare nulla per vivere dignitosamente.
La nostra esperienza è stata anche segnata dalla visita ai villaggi, dove vive la parte più povera dell’India. Infatti quasi a conclusione della nostra esperienza, a dieci giorni dal nostro ritorno, ci viene proposto da Padre Bhausaheb, rettore della Pontificia Facoltà di Pune, di trascorrere due giorni nei villaggi dove i padri svolgono la loro missione di evangelizzazione. 
Ci spiegava il padre che tale missione ha più fini. Il primo, il più importante, è quello di dare la possibilità a quella gente di fare esperienza di Dio nella loro vita. Gli altri sono l’abbattimento delle classi sociali e l’impegno affinché possa essere restituita ad essi la dignità mediante il dono dell’acqua, negatasia per ragioni climatiche che di scarsa organizzazione governativa. 
Un giorno si ed un giorno no, in ben quattordici villaggi dell’India, grazie all’interesse e al solerte lavoro dei padri gesuiti, arrivano camion contenenti acqua potabile. In quei villaggi, in media morivano per suicidio circa sette persone al giorno in preda al panico, dato che alla mancanza l’acqua si assomma anche la carenza di lavoro. 
Ci restò impressa una frase che proprio durante il viaggio un padre conosciuto poco prima, mandò a Daniel: “non guardate ciò che vi circonda ma guardate la bellezza delle nuvole e degli occhi delle persone…”. Era difficile scorgere la bellezza in un contesto così povero. Mancavano li quella perfezione di forme, quelle sfumature di colori che in Italia avvolgono ogni angolo. 
L’indomani mattina un altro piccolo viaggio verso il piccolo villaggio di Shikriji Takar Wadi. Al nostro arrivo ad attenderci una scolaresca del primo anno di scuola elementare. I bambini ci dedicarono due canzoni. L’unica cosa che potemmo fare era dir loro, attraverso la voce del padre, che per noi era una gioia poter condividere del tempo assieme. Ci trasferimmo nel cuore del villaggio. Un paio di case arroccate su una piccolissima collinetta attorniate dal verde e dalla bellezza del creato. Le due famiglie che ci accolsero erano davvero felici della nostra presenza e del nostro interesse, pur parlando il marathi, la lingua dello Stato indiano in cui ci trovavamo, ci comunicarono tutto il loro affetto. Dai loro volti traspariva solo gioia come se tutto quello che avessero, quel poco, o meglio, quel “niente” che avevano gli bastasse. Lì capimmo la predilezione del Signore per i più piccoli. 
Restava da porre un’ultima domanda al padre: “cosa significa evangelizzare in questi posti?”. Rispose semplicemente: “vivere per Dio, incarnando il Vangelo nelle pagine di storia in cui veniamo innestati”. 
In conclusione possiamo dire che abbiamo avuto una opportunità di crescita importantissima. Per questo siamo profondamente grati verso i nostri formatori per il sostengo datoci durante la durata della nostra esperienza. 



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