Papa Leone ha promulgato la sua prima enciclica che si intitola ‘Magnifica Hunanitas’. A oltre un mese da quella data (25 maggio 2026), la Parrocchia di San Pietro di Piazza Armerina, in collaborazione con Università Popolare ‘Ignazio Nigrelli’, ha organizzato un dialogo sui suoi contenuti. Ne hanno parlato con Giuseppe Savagnone, docente della Scuola Pedro Arrube di Palermo, don Ettore Bartolotta e prof. Carmelo Nigrelli. L’evento faceva parte del programma nell’ambito dei festeggiamenti in onore di San Pietro.
“La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”. Con queste parole si apre l’enciclica di papa Leone “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”.
Le due icone bibliche scelte dal pontefice simboleggiano due strade possibili non tanto nell’uso delle nuove tecnologie, quanto nella interpretazione della persona umana e della società: quella di Babele comporta “la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni” ; quella della ricostruzione di Gerusalemme ad opera di Neemia invece trasforma “la diversità in una risorsa”.
Secondo il prof. Giuseppe Savagnone, la minaccia che viene dai nuovi sviluppi della tecnica, di cui l’IA è l’espressione più impressionante, è che la macchina diventi il modello univoco a cui l’essere umano finisce per conformarsi. Infatti, nota il Papa, “la tecnica non è un semplice strumento e, quando si fa criterio, finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato, riducendo la creazione a oggetto di sfruttamento e le persone a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante”. Ma questo significa stabilire il valore delle persone in base alla loro funzionalità, misconoscendo il dono che la “precede e la eccede”, perché riguarda il loro essere, “posto da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno”. Se si adotta questo modello, “tutto ciò che appare come ‘limite’ – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità- tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione”. Continua il filosofo Savagnone, a questa visione il Papa ne contrappone una in cui la persona, in quanto creatura, è tale proprio perché limitata. “Dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”. Perciò è importante “accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere: La vera realizzazione non nasce dalla rimozione delle fragilità”.
L’enciclica analizza, le conseguenze del misconoscimento dell’’essere umano su due versanti. Uno è quello antropologico-esistenziale. Qui il rischio è l’imporsi di “una visione antiumana, secondo cui la pienezza della vita consisterebbe nell’avere di più, nel ridurre la fragilità, eliminare l’imprevisto, controllare ogni cosa”. A questo livello, assumere il modello dell’IA porta “a cercare risposte pronte, indebolendo il giudizio personale e la creatività”. E, nella sfera dei rapporti personali, a dimenticare “la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento”. Sul versante sociale, afferma ancora il docente Savagnone, la riduzione dell’essere umano al suo fare e al suo avere favorisce quella “cultura dello scarto” tipica del mercato capitalistico in cui trionfano l’assolutizzazione della proprietà privata, la competizione e la difesa dei confini, mentre poveri, migranti, emarginati di ogni specie non contano nulla e vengono sfruttati o respinti. Opposta è la visione della Chiesa, per cui “il valore della persona non dipende da ciò che realizza o produce, esistono diritti che spettano a tutti per il solo fatto di essere persone”. Il fine della vita associata, dice infine il prof. Giuseppe Savagnone, è il perseguimento di un bene comune che la politica, non l’economia deve garantire, e che si allarga oltre i confini degli Stati, chiedendo loro di rinunziare alla logica della potenza e, conseguentemente, alla corsa alle armi. La pace non si fa preparando la guerra, come oggi invece sembra sia dato per scontato. Tanto meno facendo, sostituendo la logica della forza a quella del diritto.
Secondo il prof Carmelo Nigrelli, nella Magnifica Humanitas, l’intelligenza artificiale, e la rivoluzione digitale vengono criticate quando marginalizzano l’uomo, trasformandolo in un ingranaggio o in una risorsa da sfruttare. Entrambe le visioni rifiutano l’idea che la complessità umana possa essere risolta attraverso modelli matematici o puramente procedurali. Ancora Nigrelli aggiunge, il concetto di ‘antropocentrismo situato’ proposto dall’enciclica mira a sottrarre l’uomo dal dominio dei grandi colossi tecnologici privati. Questo si allinea con l’obiettivo gramsciano di superare l’alienazione, restituendo all’individuo la consapevolezza del proprio ruolo attivo e delle proprie relazioni nella storia, piuttosto che lasciarlo in balia di poteri sovraordinati. Per Gramsci… e per Nigrelli, l’emancipazione passa attraverso la formazione di un pensiero critico capace di sottrarsi all’egemonia dominante. Allo stesso modo, l’enciclica sottolinea che per governare i cambiamenti epocali servono la cultura, il discernimento e la formazione, affinchè non siano i pochi a decidere le sorti dei molti. Don Ettore Bartolotta, moderatore dell’evento, la Magnifica Humanitas, è una sfida ad un mondo che sembra intento a costruire la torre di Babele e che, illuso “dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone”. Invero, precisa padre Bartolotta, ogni individuo deve poter diventare un intellettuale attivo, superando la separazione tra lavoro manuale e intellettuale: La Magnifica Humanitas rappresenta l’ideale di una società in cui tutti gli uomini e le donne possano partecipare pienamente alla vita culturale e politica, realizzando il proprio potenziale. Certamente l’educazione e la Scuola (intesa come ‘casamatta’ fondamentale per la società civile) devono fornire strumenti critici per sviluppare questa umanità, liberando le persone dai vincoli dell’ignoranza e della sottomissione intellettuale.

