La prima Enciclica di Leone XIV

Magnifica humanitas

La Dottrina sociale della Chiesa nel tempo dell’intelligenza artificiale.

di don Giacinto Magro

IntroduzioneLa nuova enciclica di papa Leone: Magnifica humanitas ha inteso ribadire con forza quanto sia importante la «custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale». L’enciclica firmata il 15 maggio, anniversario della Rerum Novarum, intende sottolineare il legame con Papa Leone XIII e l’enciclica che fondò, strutturalmente, la dottrina sociale. In questo tempo di crisi antropologica, la Chiesa non può stare a guardare, bensì – come Papa Leone XIII con la Rerum Novarum (1891) intervenne nel clima della rivoluzione industriale, la quale oscurava la persona umana, sfruttava i lavoratori e il divario tra ricchi e poveri aumentava in maniera esponenziale – così, anche oggi, Leone XIV a 135 anni della Rerum Novarum, ha inteso ripartire dalla centralità della persona.

Oggi ci troviamo difronte a travagli immani e nell’era della «quarta rivoluzione industriale». La magnifica umanità, creata da Dio, si trova a decidere e maturare una scelta decisiva: «innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme». Egli rivolgendosi, non solo ai cattolici, ma a tutti i cristiani e a tutti gli uomini di buona volontà, fa suo il grido dell’umanità in crisi e lancia un decisivo appello chiedendo di ridare dignità alla persona. È proprio la dignità umana che rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, motivo per cui la Chiesa e ogni cristiano, ha il dovere urgente di promuovere il Bene e il Bene comune, così da poter dare il proprio contributo affinché la persona resti profondamente umana e i nostri rapporti siano umanizzati, di conseguenza rifiorisca la civiltà dell’amore e non dilaghi la prepotenza e la sopraffazione.
Scrive Leone XIV nell’introduzione: «Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto». La Grazia presume l’umano e si iscrive nel solco della storia, come spazio dove Dio agisce e cammina con noi, ma essa – la Grazia – chiede una disponibilità piene per agire e illuminare l’umano ed elevarla, così da poter emanare tutto il suo splendore.

In continuità con le coordinate conciliari  L’enciclica Magnifica Humanitas si inserisce pienamente nel presente affrontando le sfide poste dall’IA, e si colloca in stretta continuità con il Concilio Vaticano II. Mentre la Gaudium et Spes offriva una panoramica ampia sulla società e sul posto della Chiesa nel mondo post-conciliare, l’enciclica Magnifica Humanitas ne rappresenta un’attualizzazione specifica, usando la medesima bussola valoriale per affrontare i dilemmi etici dell’era digitale. La Costituzione Pastorale Gaudium et Spes (1965) e l’enciclica Magnifica Humanitas (2026) di Papa Leone XIV sono entrambe documenti incentrati sul dialogo tra la Chiesa e la modernità, che condividono la medesima visione antropologica: la centralità e la difesa della dignità umana di fronte alle grandi rivoluzioni tecnologiche e sociali. La relazione tra i due testi si articola su diversi punti chiave. Pertanto, cogliendo tutta la portata ereditaria del Concilio, essa, in continuità, si pone in chiave dialogante. La Gaudium et Spes ha inaugurato l’approccio moderno della Chiesa che si mette in ascolto e in dialogo con il mondo, interpretando i ‟segni dei tempiˮ alla luce del Vangelo. L’enciclica Magnifica Humanitas applica esattamente questo metodo conciliare per rispondere alle sfide odierne.

Inoltre, entrambi i documenti si interrogano sul significato dell’essere umano di fronte al progresso, infatti, il Papa non condanna il progresso scientifico e neanche si manifesta in atteggiamento di protesta o diffidenza verso il progresso in sé. Egli afferma: «l’umanesimo cristiano non rifiuta la scienza e la tecnica, ma le assume con gratitudine e realismo», perché, ancora dichiara: «la vera alternativa non è tra entusiasmo e paura, ma tra due modi di costruire: un progresso che serve la persona e i popoli, oppure un progresso che li piega a logiche di potere». La dignità umana è posta dalla Chiesa come cardine della vita sociale ed economica, difatti, l’enciclica ribadisce questo principio e lo rilancia focalizzandosi sulla salvaguardia della persona nell’era dell’IA, affinché la tecnologia serva l’umanità anziché dominarla. Le ideologie che interpretano il progresso «come superamento dell’umano e che possiamo raccogliere sotto il nome di transumanesimo e postumanesimo», sono correnti di pensiero «che abitano alcuni centri di potere tecnologico e colonizzano l’immaginario collettivo in forma semplificata, specie nei media e nelle reti sociali, inducendo l’entusiasmo per le nuove tecnologie con una visione futuristica di ‟uomo potenziato” oppure di ‟uomo ibridato” con la macchina». Per questo è necessario «disarmare l’IA» per «impedirle di dominare l’umano» e «rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare»; in quanto, «non possiamo considerare l’IA moralmente neutra» e «non serve un’IA più morale se questa morale è decisa da pochi». Chiaramente si evince un riferimento alle Big Tech: «Ricchezza e potere si concentrano nelle mani di pochi». Il Papa mette in evidenza come bisogna mantenere chiarezza sulle responsabilità di tutti i suoi passaggi («accountability»): c’è bisogno, innanzitutto, di un codice etico sottoposto a criteri di giustizia sociale condivisa.

La struttura in cinque capitoli L’enciclica – suddivisa in cinque capitoli – più che da un’introduzione e una conclusione, parte da un assunto: la tecnologia non è una ‟forza antagonista rispetto alla persona”, né ‟di per sé è un male”. Tuttavia, essa non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa. Di qui, il richiamo del Pontefice a ‟costruire nel bene” e a ‟rimanere umani”, seguendo la logica della corresponsabilità coraggiosa, della sussidiarietà, della comunione, affinché ‟il mondo possa riconoscere…nel cuore dell’essere umano, il luogo dove Dio desidera abitare”. Nel primo capitolo: concentra la riflessione partendo dal Vangelo e in esso coglie la chiave per interpretare le grandi trasformazioni contemporanee, promuovendo uno sviluppo umano integrale. Nel secondo capitolo: ribadisce i fondamenti e princìpi della Dottrina sociale della Chiesa, recuperando i capisaldi della stessa e rafforzando la centralità della persona umana, la cui dignità precede qualsiasi valutazione di efficienza o produttività. Proseguendo verso il terzo capitolo, invece, denuncia il domino del Tecnicismo. La grandezza della persona umana rischia di frantumarsi dinanzi al predomino e alle promesse dell’IA. Bisogna «disarmare l’IA» e, quindi, «sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva: è la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri». Si tratta, insomma. di «impedirle di dominare l’umano» e «sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile e abitabile». Con buona pace del trans-umanesimo e del post-umanesimo, «l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite». Per questo, «l’umanità – magnifica e ferita – non deve essere sostituita né superata». Pur accettando il progresso scientifico e il valore che l’IA ha per il bene dell’uomo, propone un codice etico universale. La tecnologia non è neutrale, e l’enciclica ammonisce sui rischi legati a un suo utilizzo finalizzato esclusivamente al profitto e al controllo.

Il quarto capitolo invita a custodire l’umano nella trasformazione. Leone affronta la questione della «ricerca della verità» come «un elemento essenziale per la democrazia». Occorre una «ecologia della comunicazione», in quanto la Rete non diventi uno strumento di «omologazione e dominio». La posta in gioco è alta: far crescere la tecnica eliminando i limiti dell’umano significa, di fatto, far regredire il cuore. L’umanità pur ferita, ‟non deve essere sostituita, né superata”. La tecnologia ne può alleviare le sofferenze e aprirle nuove possibilità, ma non deve rinnegarla in ciò che le è proprio: ‟la capacità di relazione e di amore”. Di fronte all’IA, la vera alternativa non è tra entusiasmo e paura, ma tra due modi di costruire il progresso: a servizio della persona, dei popoli o delle logiche di potere. L’esortazione intende proteggere i valori fondamentali: il valore di un lavoro dignitoso, la ricerca della verità e la salvaguardia della libertà reale di fronte alle logiche degli algoritmi.

Mentre, nel quinto capitolo, evidenzia che la cultura della civiltà dell’amore può salvare l’umanità. Oggi è decisivo il confronto tra la ‟cultura della potenzaˮ (tecnocratica e disumanizzante) e la ‟civiltà dell’amore”, intesa come modello relazionale, fraterno e solidale. Purtroppo «Oggi assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso[…]. L’opinione pubblica viene progressivamente orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione». La rivoluzione digitale determina guerre ibride, «attacchi cibernetici, manipolazione dell’informazione, campagne di influenza, automazione di decisioni strategiche». La situazione del pianeta «è resa ancora più instabile dalla presenza di nuovi attori armati – gruppi jihadisti, milizie private, reti criminali – che segnano la fine del monopolio statale della forza». Il tutto è peggiorato dall’uso di armi guidate dalla IA, «non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile».

Alla Realpolitik irresponsabile oppone la civiltà dell’amore Per quanto riguarda la guerra, denuncia che non va giustificata la «guerra giusta», ma è necessario custodire la verità, la dignità del lavoro, la giustizia sociale, la pace.

La giustificazione della «guerra giusta» spesso evocata, in questi tempi, dall’amministrazione Trump, mortifica i popoli e esercita potere; pensare che la democrazia possa crescere e essere imposta crea disordine, sofferenza e disumanizza. Sono passati più di millecinquecento anni da quando sant’Agostino, la formulò nel De Civitate Dei. Mentre scriveva, il filosofo aveva ben presente il sacco di Roma, compiuto dai Visigoti di Alarico tra il 24 e il 27 agosto dell’anno 410. Tuttavia, nel frattempo, la guerra è cambiata, tra armi nucleari e IA, dunque ora, nel rivisitare questo principio, alla luce dei segni dei tempi, è il primo Papa agostiniano della storia a farlo scrivendo: «L’umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza, dove la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti. Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della ‟guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto». Anche per questo «qualsiasi tentativo o progetto di eliminare o sottomettere una nazione è gravemente immorale e pertanto inaccettabile». La pace e la promozione umana è il bene supremo da costruire per lasciare un mondo che respiri la civiltà dell’amore.

Il Papa richiama il Magnificat di Maria – nel Vangelo di Luca – e si riferisce alla «magnifica umanità» che «in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza». Ma aggiunge: «Desideriamo entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, insieme ai quali prendiamo parte agli avvenimenti, alle domande e alle aspirazioni dell’umanità. Vogliamo individuare, insieme con loro, nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti». Il Papa invita ad assumere responsabilità difronte alla storia, per divenire capaci di rispondere alle generazioni future, i quali hanno il diritto di trovare un mondo migliore. A tal proposito cita il romanzo: Il Signore degli Anelli di J. R. R. Tolkien: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». Egli ancora ribadisce che «È importante vigilare affinché questa crescita nella coscienza della dignità umana non venga offuscata sotto la pressione di nuove ideologie o di determinati interessi molto potenti nel mondo di oggi». Elenca cinque principi fondamentali: il bene comune; la destinazione universale dei beni (comprese «nuove forme di proprietà», come: «brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati». Scrive: «In un contesto in cui la ricchezza delle nazioni dipende sempre più da conoscenze e tecnologie, quando questi beni restano concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e di accesso, si crea un nuovo squilibrio»); il superamento del «paternalismo» e dell’«assistenzialismo», in favore della «corresponsabilità e della solidarietà»; infine, la giustizia sociale che ha come «banco di prova decisivo» la questione dei migranti e rifugiati: il modo in cui la società li tratta dimostra «se l’idea di giustizia è guidata dalla paura o dalla fraternità». A questa cultura della potenza il cristiano è chiamato a rispondere costruendo ‟la civiltà dell’amore”: la grazia, infatti, non elimina il conflitto come per magia, bensì genera ‟una resistenza operosa al male e una sorprendente creatività nel bene”. Ciascuno, nel proprio ambito di azione, è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza o custodire la pace, arginando la disumanizzazione con piccoli atti di fedeltà e tenacia.

Conclusione Il focus dell’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV è la custodia della persona umana e della sua dignità nell’era dell’IA. Il documento esorta a ‟disarmareˮ la tecnologia per sottrarla alle logiche di esclusione, ponendo l’uomo al centro rispetto al dominio delle grandi aziende e alle derive transumaniste. L’enciclica rimette, ancora una volta a centro la persona contro il post-umano e rifiuta le teorie che considerano il limite biologico un difetto da eliminare, difendendo la sacralità della vita. La nuova enciclica Magnifica humanitas di Papa Leone XIV si pone in piena continuità con il magistero di Papa Francesco, condividendone l’approccio allo sviluppo umano integrale e la visione di un’ecologia integrale. Come papa Francesco anche Leone pone al centro la dignità della persona, difendendola da un progresso tecnico che rischia di ridurla a mero strumento. Inoltre, come Francesco ha fatto per l’economia dello scarto e la tutela del creato (es. in Laudato sì), così Leone XIV avverte dei pericoli di un’IA guidata solo dal profitto e dal potere, sottolineando che il valore umano non dipende dalla sua efficienza. Il testo riprende l’anelito di Fratelli tutti, promuovendo una ‟civiltà dell’amoreˮ per evitare che l’isolamento digitale e l’automazione del lavoro portino alla marginalizzazione dei più deboli. Quindi suggerisce che l’IA deve essere guidata da un’etica di solidarietà e non dal potere di pochi, evitando la creazione di una nuova ‟torre di Babeleˮ basata sull’efficienza e sull’auto-adorazione. In una civiltà dell’amore anche il lavoro deve essere occasione d’amore sia nella giusta retribuzione sia senza sfruttamento creando tra datore di lavoro e operario una giusta relazione che favorisca la giustizia sociale dando dignità ad ogni persona. Ricalcando l’eredità della Rerum Novarum, l’enciclica affronta le disuguaglianze generate dalla quarta rivoluzione industriale e difende la dignità sacro santa di ciascuno e di tutti.

 

 

 

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