La relazione coniugale è sempre vissuta nel segno della fragilità che è costitutiva della natura umana. Esserne consapevoli impone una costante cura, attenzione, per realizzare il dono/promessa di diventare “una sola carne”. Questa possibilità può essere sempre infranta a motivo della fragilità umana. Quando questo accade possiamo parlare di “crisi” di coppia.
Ma la crisi non è un’eccezione alla vita di coppia ma un evento inevitabile, ordinario che può potenzialmente crea spazi di risveglio, di scuotimento da quel torpore generato dall’abitudine e dalla ripetitività che porta a dare tutto per scontato. Senza creatività quotidiana l’amore di coppia si depotenzia. Con il termine creatività non ci riferiamo al tentativo d’inventare sempre stimoli nuovi ma nel fare le stesse cose in modo sempre nuovo.
Proprio perché l’amore è una scelta, e non un semplice e momentaneo sentimento, la decisione di rimanere fedeli all’amore nella fragilità è un compito costante che i coniugi sono chiamati a incarnare, nel tempo e nello spazio del loro vivere quotidiano.
Non possiamo scegliere di innamorarci ma possiamo scegliere di cosa fare dell’amore. Non possiamo, detto in altri termini, determinare l’innamoramento ma possiamo mantenere l’amore. La vita di coppia si fonda sull’amore come evento, accadimento, che ci precede. «Potremmo dirlo così: eros è l’amore che accade, agape è la pratica che risponde all’altro. Il comandamento stabilisce una soglia minima: non lasciare che l’assenza di sentimento giustifichi la chiusura.“Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”(Gv 13,34) non è un ordine emotivo, è una forma di vita. »[1]
L’eros è l’amore che accade e che non possiamo determinare, non possiamo causare, ma possiamo mantenere attraverso l’agape che è il modo di prenderci cura gli uni degli altri, oltre ogni affetto e sentimento. Nel vita di coppia il sentimento può cambiare, può modificarsi ma l’agape permette di continuare ad essere fedeli nel cambiamento. Non fedeli nel sentimento ma fedeli nel cambiamento del sentimento. «La fedeltà nasce dalla consapevolezza che ciò che è fragile è prezioso. Non protegge solo interessi, protegge una storia. È una pratica quotidiana di attenzione. La formula più onesta che possiamo dire è: non posso prometterti di non cambiare, posso prometterti di non smettere di prenderti sul serio »[2]
Da questo punto di vista comprendiamo anche il senso e l’importanza della promessa che caratterizza la vita matrimoniale, quale promessa di fedeltà nella “buona e nella cattiva sorte “. Questa promessa, nel rito del sacramento del matrimonio, è radicata nella fedeltà di Cristo. «Gli sposi cristiani si promettono fedeltà in Cristo; per la fede in Gesù. Sposarsi è sposare la sua persona concreta e al tempo stesso la relazione storica con quella persona accettando di amarla tutti i giorni della vita, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia.»[3]
Il senso della promessa come scelta di amare oltre il sentimento, è comunque significativo e costitutivo di ogni autentica relazione tra un uomo e una donna, a prescindere dal rito cristiano del sacramento del matrimonio. Intendiamo dire che senza promessa non c’è possibilità di vivere un amore vero, autentico, che fa crescere la coppia e superare le inevitabili crisi che ne scaturiscono. Senza promessa la vita di coppia è in balia del sentimento, delle sue continue variazioni e, pertanto, delle inevitabili rotture della relazione che ne possono scaturire.
La promessa
- è fedeltà nella fragilità;
- elimina ogni idealismo di coppia;
- non è ottimismo del tipo “ andrà tutto bene”, ma è speranza nell’inevitabile fragilità,
- è apertura a un futuro possibile che si costruisce nelle scelte di ogni giorno.
L’ottimismo rifiuta le difficoltà. La speranza le attraversa. La promessa è dunque esercizio reciproco di attenzione, cura, tenerezza, misericordia nelle fragilità, anche quando il sentimento cambia. E’ come un balsamo d’amore di misericordia, benevolenza. La promessa crea le condizioni per vivere un amore che « tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. L’amore non avrà mai fine» (1Cor 13,7-8), non nel senso che fa finta che tutto va bene, ma che sa affrontare le crisi con la forza della speranza che si fa cura, accoglienza, perdono, ricominciamento.
L’amore:
- tutto copre, non nel senso che sminuisce le crisi e le fragilità ma che le avvolge con misericordia e tenerezza;
- tutto crede, ovvero non rinnega la fiducia all’altro/a;
- tutto spera perché nonostante le fragilità e le possibili crisi non cessa di rinnovare l’amore, la fedeltà nel cambiamento;
- tutto sopporta o meglio supporta senza giudicare.
Il sentimento oscilla frequentemente nella vita di coppia ma l’amore permane nella fedeltà alla promessa, alla custodia della persona amata nelle oscillazioni del sentimento e nelle difficoltà relazionali.
Ogni promessa d’amore tra due persone è un atto definitivo, che dice nell’oggi qualcosa che si desidera mantenere nel tempo. Proprio perché l’amore vive di cambiamenti esiste la promessa, altrimenti non avrebbe motivo di esistere. Si promette ciò di cui si è consapevoli di non esercitare alcun potere, di non avere alcuna garanzia. La promessa non è obbligo ad amore, ma è scelta d’amore che si rinnova ogni giorno nella “buona e cattiva sorte”. Questo, lo ribadiamo, non significa sentirsi o vivere da frustrati, ma essere liberi di scegliere continuamente il dono dell’amore, la fedeltà quotidiana all’altro anche nei suoi cambiamenti.
«La Scrittura stessa conosce la caduta e il ritorno: Pietro promette fedeltà assoluta e poi rinnega. E tuttavia Cristo non cancella la promessa, la trasforma:“Mi ami tu?”(Gv 21,15). La vocazione può attraversare la rottura senza cessare di essere chiamata. La teologia della grazia tiene insieme due verità: la promessa è sacra e la persona è fragile.“Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero”(Mt 11,30) non perché non costi nulla, ma perché è portato dentro la misericordia. La promessa costruisce un tempo comune dentro l’incertezza. Questa è la nostra condizione: responsabili senza essere sovrani, fragili senza essere irresponsabili, fedeli senza possedere l’amore. È la condizione di chi cammina sapendo che la propria stabilità non è autosufficiente, ma ricevuta. » [4]
L’amore di coppia non si fonda nell’infatuazione momentanea ma nella continua accoglienza della persona amata nella sua fragilità, come capacità «di attuare il noi coniugale come accadimento nuovo, di amore adulto, da riscoprire giorno dopo giorno»[5]
[1] Gamberini, SJ Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, Systematic Theology, Faculty Member
[2] ibidem
[3] Carlo Rocchetta, Sposi Amanti, otto percorsi per ri-innamorarsi. Ed. Città Nuova, p. 23
[4] Gamberini, SJ Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, Systematic Theology, Faculty Member
[5] Carlo Rocchetta, Sposi Amanti, otto percorsi per ri-innamorarsi. Ed. Città Nuova, p. 25
