La situazione Oggi ci troviamo in una realtà che, per diversi segnali e fenomeni, possiamo definire ‟post-cristianaˮ o peggio, come affermano diversi sociologi, di ‟fine della cristianitàˮ, La società non è più naturalmente o culturalmente cristiana, ma non è la fine. In realtà la Chiesa vive la fine di una seria influenza immediata sul sociale. Non ha più, come nel passato, potere per incidere, ma non è la fine della fede. È tramontato il facile condizionamento morale che influiva e rendeva possibile che la cultura fosse permeata di vangelo. Non si tratta di una sconfitta, ma di un kairos – un’occasione favorevole – per tornare all’essenziale del Vangelo. Questa situazione ci interpella e non si può dare per scontato che ci sia una certa adesione al Vangelo perché regge il simbolo religioso, ( vedi le processioni e ciò che viene definito folklore religioso ecc). La Chiesa non può più dare per scontato che il Vangelo permei il pensare e l’agire di quanti si dicono cristiani e chiedono i sacramenti per abitudine e consuetudine tradizionale. L’appartenenza a Cristo come discepoli è ben altra cosa. La tentazione che si regista, molto latente, è quella di chiudersi in difesa nelle proprie sicurezze, della prassi tradizionale. Oggi è necessario riscoprire una nuova apertura e cogliere questo tempo come un tempo nuovo di discernimento coraggioso fidandosi di Colui che ha permesso e permette questa situazione. È necessario divenire capaci di fare tesoro della sete che oggi c’è di serenità e di gioia perché solo il Vangelo può dissetarla. L’atteggiamento richiesto ai credenti non è quello di giudicare o condannare questo tempo e poi limitarsi solo al nominalismo dicendo: sono cristiano anche se non faccio nulla per vivere la praticabilità evangelica. In realtà il nostro ambiente è terra di missione; inoltre va detto che non è scontata l’appartenenza perché si celebrano riti religiosi e si chiedono i sacramenti. Lo storico Émile Poulat, uno dei più autorevoli storici e sociologi francesi del XX secolo, affermava che il cattolicesimo possiede una propria ‟grammaticaˮ e questa è fatta di testimonianza, simbolo e dottrina. La storia del cristianesimo si sviluppa sempre a ‟oscillazioniˮ fluttuanti. La Testimonianza rappresenta la dimensione esistenziale e storica senza la quale l’azione concreta dei credenti rimarrebbe una lingua morta. Mentre il Simbolo – con la liturgia, le manifestazioni di pietà e l’arte, che sono i ‟segniˮ grafici di questa grammatica – oggi non è più,da solo, capace d’evocare e unire la comunità oltre le parole. Ciò accade perché il così detto simbolo non ha più la radice della testimonianza. La così detta dottrina, l’altro pilastro della grammatica, cioè la dimensione normativa e concettuale, non ha più la forza di stabilire i confini dell’ortodossia: per questo non c’è una verità ma tante verità. Essa ha infatti la funzione – come la sintassi in un libro di testo – di stabilire i confini, appunto, dell’ortodossia, assicurando che il messaggio originario si faccia pensiero, cultura e non si frammenti o si perda nel tempo. La nostra diocesi credo abbia ormai pienamente preso consapevolezza della scristianizzazione di cui dicevamo e, infatti, il nostro Vescovo, più che proporre un piano pastorale, strutturato classicamente, ha scelto di sollecitare e incoraggiare la comunità ecclesiale a rinvigorire l’adesione seria al Vangelo per coglierne la sua portata testimoniale.
Scelta pastorale dinanzi alla sfida odierna L’insistenza sulla lectio, a tutti i livelli, ne é una prima proposta e le lettere pastorali che di anno in anno delineano le coordinate di tutta l’azione diocesana, hanno questo scopo. L’anno scorso, infatti, in sintonia con il libro per la lectio del profeta Isaia, è stato proposto quale guida pastorale la lettera dal titolo: Inseguiamo la pace. In questa il Vescovo insisteva sul fatto che bisogna rendere credibile l’annuncio del Vangelo vivendo in un continuo atteggiamento che favorisca la pace all’interno della stessa comunità ecclesiale. Questo era l’invito a non operare ‟l’uno contro l’altroˮ o in competizione, ma a riscoprirsi fratelli attraverso una gestualità pienamente evangelica. In continuità, anche quest’anno, e in sintonia col testo della lectio, sul Vangelo di Matteo, ha proposto: Umanizziamo le nostre relazioni. Ovviamente, se il Vangelo ha come cuore l’ecclesialità o meglio la comunità, il vescovo non poteva fare altro che lasciarsi ispirare e orientare tutti i battezzati a vive in maniera gesuana le relazioni. ‟Essere più buoniˮ, che significa essere più umani, è l’impegno che si prospetta, è d’assumere responsabilmente per questo nuovo anno. Si tratta d’imparare ad essere discepoli di Gesù con coerenza; la nostra vita e di conseguenza la prassi pastorale dovrà essere costruttiva nei suoi rapporti perché le comunità diventino laboratori di seria testimonianza credente e credibile nel tessuto sociale.Davanti alla complessità del momento storico che viviamo, è necessaria una ‟rivisitazione delle nostre relazioni”.
Presentazione della lettera cogliendone il focus Il testo esorta a umanizzare le relazioni quotidiane, superando i conflitti e le chiusure per vivere da discepoli di Gesù. Solo in Lui possiamo divenire buoni, sino ad incidere nel tessuto sociale. In realtà, ognuno di noi è buono, ma la bontà divina in noi ha bisogno di essere riscoperta e rilevata, con le nostre scelte e azioni, soprattutto con coloro con i quali condividiamo la vita. La fraternità cristiana si fonda sulla condivisione di quella ‟bontà di Dioˮ che risiede in ogni individuo e che necessita l’incontro con il prossimo per essere pienamente scoperta. Seguendo gli insegnamenti del Vangelo e l’esempio di ‟Gesù come perfezionatoreˮ. I credenti sono chiamati a praticare la mitezza, l’umiltà e un perdono sincero, privo di giudizi. La lettera è un riverbero del vangelo di Matteo, il quale ha il suo apice e il suo centro nel capitolo 18, nel quale, dopo la proposta della correzione fraterna, Gesù afferma che egli è presente in mezzo a due o tre riuniti nel suo nome; Egli è all’opera, col suo Spirito da risorto in mezzo ai credenti ( Cf. Mt 18, 15 -21). In realtà, la comunità costituita sacramentalmente è chiamata a esserlo esistenzialmente perché visibilmente incida nel sociale. Chiaramente, è necessario vivere in Gesù le relazioni che costituiscono la comunità e non come qualsiasi comunità ma come comunità di Gesù. Ecco perché il vescovo propone questo percorso di conversione e rinnovamento, che prima di tutto è interiore e personale. Esso può trasformare la nostra umanità ferita, rendendola partecipe dell’amore divino e solo così la rende capace di costruire legami autentici e solidali. In definitiva, l’impegno pastorale consiste nel ‟vivere una fede coerenteˮ, manifestando attraverso gesti concreti di bontà i segni di un’umanità guarita e rinnovata dallo Spirito. Nella lettera, l’umanizzazione delle relazioni e la bontà divina sono legate da un nodo profondo e indissolubile; le articolazioni si snodano su tre livelli fondamentali. La bontà divina come radice creaturale dell’uomo; ogni essere umano, in quanto creatura di Dio, porta dentro di sé l’impronta originaria della bontà del Creatore e l’impegno a essere buoni e a umanizzare le relazioni non è uno sforzo innaturale, ma significativo, perché rivela ciò che siamo essenzialmente: immagine di Dio. Si tratta di prendere consapevolezza che come creature fatte a immagine di Dio siamo chiamati, per riflesso, a somigliargli, uniformandoci al Figlio per essere pienamente figli in Lui. La necessità della relazione è essenziale, ma questa ha bisogno di condividere la bontà di Dio per scoprire Dio in noi e fra noi. Afferma il Vescovo: ‟E’ un compito che, da un punto di vista credente, non possiamo trascurare, mentre lo assumiamo volentieri, per realizzare quanto ci viene chiesto da Dio in Gesù, giacché è suo desiderio che si attesti nel e per il mondo la comunione trinitaria presente in noi (cfr. Gv 17,21)ˮ. Nessuno è in grado di cogliere la bontà divina dentro di sé in modo isolato; essa ha bisogno di essere riconosciuta, rilevata e condivisa nell’incontro con l’altro. Quando le persone si accolgono reciprocamente e vogliono il bene dell’altro, la presenza della bontà di Dio diventa concreta, visibile e sperimentabile. L’Incarnazione di Gesù è la divinizzazione (théōsis) dell’umanità che realizza il disegno di Dio non senza l’uomo ma con l’uomo. La fede, infatti, è risposta del Vangelo, direi meglio di Gesù, la sua persona; Lui è il criterio di vita che umanizza e divinizza l’esistenza. Assumendo la natura umano-divina di Gesù veniamo guariti dalle chiusure e dagli egoismi. In questo processo, paradossalmente, ‟umano-divinoˮ si vive una relazione che viene resa autenticamente umana e solidale. Più essa partecipa dell’amore di Dio (théōsis), più rende presente la bontà divina nella comunità e tale testimonianza diviene trasmissione del contenuto di fede, la dottrina, e più il simbolo (i simboli o le diverse manifestazioni) ritrova la sua origine e il suo significato.
Conclusione Il testo fornisce alcuni elementi sul significato profondo di ‟essere più buoniˮ in chiave gesuana e ciò coincide essenzialmente con l’essere più umani, perché ciò che è perfettamente umano, diceva Paolo VI, è Cristiano. Questa dimensione si sviluppa attraverso diversi aspetti fondamentali. Prima di tutto con la fede e la memoria. In realtà, è un invito a vivere nella consapevolezza della guarigione operata dalla Grazia che ci permette, sull’umanità del Verbo incarnato, d’assumere un impegno responsabile affinché la scelta di seguire Gesù sia coerente, instancabile e costruttiva. Inoltre, l’umanizzazione delle relazioni è un invito serio che il Vescovo rivolge a tutti: donare autenticamente ciò che si è e ci custodisce, condividendo sia i beni materiali sia le proprie aspirazioni, alla luce di quanto si è già ricevuto in dono. Nella parte finale mons. Gisana spinge l’intera comunità a manifestare la bontà divina come testimonianza credibile. Si tratta di mostrare la bellezza del vangelo e dell’umanità redenta, guarita, che riconosce in sé il dinamismo della bontà di Dio. Il testo illustra questo modo squisitamente ‟umanoˮ di accogliere l’altro perché nell’altro si annida l’Eterno, anche in una vita travagliata. In Gesù s’evince la bontà di Dio, bontà che è nascosta profondamente in ognuno che sa tendere la mano a chiunque.
