(Foto: diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino)

Una fede fresca e piena di gioia: questo è quello ci indica, secondo il rettore del santuario della Spogliazione (Assisi), padre Marco Gaballo, San Carlo Acutis, la cui memoria liturgica ricorre il 12 ottobre, data che quest’anno ricorda il ventennale della morte del primo santo millennial. Da luglio 2025, mese del Giubileo dei giovani, a fine settembre 2026, le presenze al santuario della Spogliazione ad Assisi, dove riposa il quindicenne, hanno superato il milione e 700mila presenze, numeri legati anche all’anno speciale dell’ottavo centenario della morte di San Francesco e in particolare all’ostensione del corpo del santo nel periodo tra febbraio e marzo 2026 che ha portato in basilica quasi 400mila persone, la maggior parte delle quali sono andate anche a venerare San Carlo Acutis. Testimone di questo flusso continuo di pellegrini è padre Gaballo, che traccia al Sir un ritratto del giovane santo.


Che aria si respira in questi giorni ad Assisi?

Quello che si vede in santuario è una crescita costante da tutto il mondo della devozione e del culto a San Carlo, come un santo che viene percepito come vicino, non solo cronologicamente.

Secondo lei, quale messaggio viene da San Carlo Acutis alla Chiesa di oggi e ai giovani in particolare?
I messaggi possono essere molti. Un primo aspetto molto bello è che, come diceva Papa Francesco, Carlo è un giovane normale. La sua è non una proposta di santità di uno che vive in una grotta. Carlo è un giovane che va a scuola, fa sport, gli piace la musica, ama gli animali e la natura, gli piace viaggiare, ha gli amici, fa il volontariato, ha interesse per l’informatica e internet, una vita molto aperta a tutte le cose belle, che non esclude niente. È un messaggio di santità che non vuol dire estraniarsi da tutto, perché la proposta di Gesù, del Vangelo, non chiude a niente di ciò che è buono, di ciò che è sano.

Questo vuol dire che nelle cose ordinarie della vita c’è la possibilità di un cammino evangelico, autentico di santità. Il Signore ci indica come modello di santità la vita di San Carlo ed è una proposta di santità che è percorribile da tutti perché ci fa scoprire che la santità è una realtà possibile e vicina a ciascuno.

Nello stesso tempo, ci fa capire che il Signore si trova nelle cose della vita ordinaria con cui tutti ci confrontiamo, dal lavoro alla scuola, dagli amici al volontariato e allo sport: lì si trova la possibilità di una vita santa, da non cercare chissà dove.

È un messaggio molto positivo perché è una santità portata di mano.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Carlo aveva peculiarità?
Sì, dai sette anni alla morte Carlo è sempre andato a messa, ha frequentato l’Eucaristia tutti i giorni in una famiglia che non era praticante, è stato lui a portare la famiglia in chiesa.

Dio, attraverso San Carlo Acutis, è ci dice che come Chiesa dobbiamo riscoprire la bellezza dell’Eucaristia.

In passato, per tanti motivi teologici, storici, culturali, c’era una visione dell’Eucaristia come un dovere, invece Carlo andava all’Eucaristia perché era la sua autostrada per il cielo, per fare esperienza del Regno, cioè della presenza di Dio nella sua vita. Secondo me, il messaggio di San Carlo è dirompente: la messa per lui è una festa, qualcosa di fresco, la gioia di rispondere all’amore di Dio. Quando vedeva le chiese vuote osservava: dicono di amare Gesù ma se è un amico tuo lo vai a trovare. La Chiesa oggi ha bisogno di fare un’esperienza di una celebrazione fresca, gioiosa, un incontro con il Signore vero. La vicenda di Carlo ci chiama a una conversione su questo aspetto. Carlo ci invita anche a riscoprire l’adorazione eucaristica come la gioia di stare qualche minuto alla presenza di un amico. Anche nelle missioni all’estero, San Carlo porta una freschezza, una luce, una gioia semplice nelle cose normali della Chiesa. Essendo morto a 15 anni, non ha fatto suoi i filtri, i pensieri complicati, un modo di vivere la fede come gli adulti: ci dice così che tutto è più semplice – anche i misteri così alti -, se è vissuto nella gioia, nella freschezza che ha un adolescente. È un invito a riscoprire un’apertura del cuore.

San Carlo aveva tante passioni, ma il centro è sempre stato la preghiera…
La sua è stata una vita molto intensa di preghiera, ma dentro a una vita dinamica: ad esempio, pregava il rosario intermittente, non lo recitava di seguito, perché un adolescente non ha mezz’ora di tempo libero per stare fermo nel pomeriggio a pregare, ma nella giornata recitava i cinque misteri, camminando, andando a scuola, andando a fare sport: questo vuol dire che in realtànella nostra quotidianità piena di attività c’è lo spazio per una preghiera continua, Carlo è testimone del fatto che si può pregare, dentro una vita pienissima di cose come quella di un adolescente.

Pur essendo morto così giovane, Carlo Acutis ha molto da insegnarci…
Il fatto che una vita, che dal punto di vista di Dio è compiuta, santa, cioè spesa nel modo migliore, termini a 15 anni, secondo me, è un messaggio forte per l’oggi, nel quale noi siamo ossessionati dall’idea di prolungare la vita, vedo gente a 90 anni che fa gli addominali: allora,è interessante che il segreto della vita non sia prolungarla cronologicamente né rendere la vecchiaia infinita, ma vivere in una dimensione verticale di comunione con il Signore e di accoglienza con i poveri.

Carlo Acutis riposa nel santuario della Spogliazione che è anche un luogo molto importante nella storia di San Francesco. Secondo lei qual è il filo spirituale che unisce Carlo e Francesco vissuti a otto secoli di distanza?
Carlo è un discepolo, un ragazzo che dopo 800 anni è stato affascinato da tanti santi ma principalmente dall’esperienza di San Francesco e Santa Chiara. Assisi era il luogo dove Carlo poteva respirare qualcosa della vicenda di San Francesco. Pur non essendo iscritto a gruppi giovanili francescani, Carlo vive con un riferimento stabile e più forte di tutti a San Francesco, ma poi ha vissuto una santità molto diversa da quella di Francesco: come ogni figlio ha una sua vicenda autonoma rispetto ai genitori,

Carlo è ispirato da Francesco, ha una devozione, un amore infinito sicuramente per il santo di Assisi ma poi cerca una strada sua che è sicuramente di una santità più possibile.

Francesco non è imitabile neanche dai frati oggi, anche se volessimo, non è possibile fare una vita uguale alla sua. Ci sono, poi, delle somiglianze tra i due: l’elemento della povertà sicuramente è uno dei fili che li unisce. Carlo amava anche madre Teresa e tutti quei santi che avevano una cura dei poveri, come loro carisma, quindi Francesco, che in modo radicale diventa lui stesso povero, abbraccia i lebbrosi, fa una scelta di radicale minorità e povertà, sicuramente ha affascinato Carlo. Inoltre, sono due santi per i quali l’Eucaristia occupa un posto fondamentale. Infine, il tema della spogliazione li avvicina.

In che modo?
Per Papa Francesco nella spogliazione di San Francesco c’è un messaggio per i giovani di oggi: fate scelte audaci, coraggiose, non abbiate paura di scelte che sembrano anche impossibili, non uniformatevi, siate voi stessi. Questa preoccupazione pastorale del Papa era anche un’indicazione per la Chiesa di curare il discernimento, di essere quell’ambiente in cui i giovani si sentono accompagnati anche in scelte audaci, difficili o fuori moda. Questo aspetto ci richiama San Carlo che diceva: “Tutti nasciamo come degli originali, ma molti di noi muoiono come fotocopie”. Detta da un adolescente questa frase è provocante, dirompente, perché l’adolescenza è il tempo in cui un ragazzo cerca i modelli e li copia, possono essere i cantanti, gli attori, un asso sportivo, mentreCarlo Acutis invita a essere sé stessi, a trovare una scintilla unica e ad avere il coraggio di difenderla anche da tutti, dalla famiglia, dagli amici, dal contesto. E in questo è in linea con San Francescoche non ha mai voluto dare ai frati troppe indicazioni, tanto da dire: “Io ho fatto la mia parte; la vostra, Cristo ve la insegni”. Un fondatore che dice questo ai religiosi indica che ciascuno ha la responsabilità di realizzare la sua originalità, quindi possiamo ispirarci ai santi ma non copiarli, in modo che la nostra libertà non sia sminuita, ma poi sappiamo che nel concreto è anche un compito, a volte oneroso, che comporta fatiche, battaglie, ferite.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Cosa chiedono i pellegrini che si avvicinano alla tomba di Carlo?
Al santuario vengono le persone più diverse, quello che posso osservare è chela stragrande maggioranza viene a pregare, si raccoglie in silenzio, cerca di consegnare la propria vita a San Carlo – dentro un contesto che è molto legato poi a San Francesco e a Santa Chiara – e gli chiede di trovare il modo, forse questo è più per gli adulti, di stare anche nelle difficoltà del vivere ma con la schiena dritta, con una forza interiore, una pace, quindi di poter vivere meglio, con sapienza.I giovani sono molto più veloci, fanno visite nelle quali sono colpiti dalla vita di Carlo, da aspetti relativi al corpo, a quello che ha detto, ha fatto, riflettono sulle sue frasi, sulla sua testimonianza complessiva. Una buona parte dei pellegrini chiede anche delle guarigioni e di avere un aiuto per problemi concreti e urgenti.