La situazione politica italiana vive una fase di crescente tensione. Si respira, ormai, un clima di campagna elettorale e l’avvio del dibattito parlamentare sulla riforma della legge elettorale, ribattezzata ‟Stabilicumˮ, accentua tensione e scontro e non dialogo. L’interesse dei cittadini e della amata Italia non si evince. Il cosiddetto ‟campo largoˮ e le opposizioni criticano fortemente l’iniziativa sulla legge elettorale e marcano le distanze sulle priorità economiche, denunciando il caro bollette e le difficoltà sociali, contrapponendole ai dati su occupazione e edilizia, rivendicati dalla maggioranza. Le testate giornalistiche televisive registrano un confronto politico che oscilla tra veti incrociati interni agli schieramenti e la necessità di definire le regole e priorità programmatiche in vista di una probabile anticipazione di un clima ‟pre-elettoraleˮ permanente. In verità siamo allo scontro. Non si riesce a vedere un serio impegno per tentare di risolvere le quotidiane difficoltà della popolazione.
In altri termini siamo in una crisi perenne perché è in crisi la democrazia italiana, perché ormai siamo dentro il rischio di derive autoritarie. L’insidia è annacquata di riforme istituzionali che mirano a depotenziare la Costituzione. Inoltre, non c’è il coraggio di criticare, – da parte di chi avrebbe l’autorità morale di farlo – l’inadeguatezza di molti politici rispetto al ruolo che rivestono. Inoltre, l’opposizione di sinistra è troppo concentrata sui diritti civili, ovviamente necessari, ma a scapito delle disuguaglianze sociali e del lavoro. Di fronte a questo scenario di diffusa rassegnazione e disinteresse che, al solito, si tramuterà in astensionismo, le comunità cristiane quale posizione dovrebbero prendere? Alla Comunità Cristiana troppo spesso si chiede – da più parti – di rimanere neutrale e ciò significa silentemente e furbescamente imbavagliarla, mentre i membri della Comunità Cristiana come cittadini sono chiamati a un risveglio culturale e politico, rifiutando l’indifferenza e riappropriandosi del proprio ruolo di Cattolico o non cattolico, di Credente Evangelico, o di altra denominazione o sensibilità credente, ad assumere il mondo e rinnovarlo, perché nel sociale il vangelo va seminato a piene mani. In realtà, a me pare che non ci si renda conto che oggi urge, ed è fondamentale, una resistenza di giustizia sociale.
Guardiamo la realtà In questo tempo nel quale viviamo siamo di fronte ad uno scenario politico nel quale si rimane abbastanza perplessi e quasi rassegnati, ma questo non può essere un atteggiamento da discepoli di Gesù. Evidentemente è comprensibile provare preoccupazione di fronte alla complessità attuale. La questione del ruolo dei Cristiani nella vita pubblica e politica è da sempre oggetto di un profondo dibattito, con diverse visioni, sulle quali si vuole trovare un modo più efficace e coerente d’azione. Molte riflessioni pullulano all’interno del pensiero sociale cristiano e tanti sono i modi nelle quali le diverse comunità vivono e sottolineano la modalità d’impegno e la partecipazione attiva. A partire dal dialogo sono diverse le vie fondamentali per non restare spettatori passivi. Eppure, non c’è un vero cambiamento di rotta che riesca ad incidere. Credo che sia necessario prendere coscienza piena della situazione e, come direbbe il metodo sinodale, bisogna ascoltare la situazione e intravedere in senso vero la realtà. Per ‟ascoltoˮ intendo e desidero aiutare i lettori a cogliere i punti nevralgici della crisi e per questo suggerisco una visione d’analisi che qui ho tentato d’abbozzare della situazione politica attuale.
Attraverso la lettura desidero spingere più lettori possibili a porsi interrogativi perché possano essere favoriti a vedere la realtà o quanto meno a porsi in discussione e prendano così distanza da quanto viene detto da molti attori dal palcoscenico mediatico. Credo che tutti si siano accorti o forse non se ne sono avveduti che viene spesso proposto un atteggiamento intransigente, da una parte e dall’altra viene propinato l’antitotalitarismo e questo che previene e allarma sul totalitarismo che in maniera strisciante rischia di portarsi avanti, con iniziative di falsa democrazia. In realtà la società civile registra una stanchezza a più livelli, stanchezza che offusca il pensiero. Tale situazione viene, da parte di alcuni politici, spesso sfruttata, per parlare alla pancia e non all’intelligenza delle persone. Credo che la prima cosa importantissima sia oggi la difesa della Costituzione che fin dal 1948 ha contribuito a ricostruire la nazione e se oggi questa rimane salda lo si deve anche e principalmente alla costituzione; questa, va ricordato, che fu scritta da uomini saggi che si lasciarono ispirare dal bene e dal Bene comune.
In realtà lo scenario politico attuale è un momento di profondo attacco democratico, guidato da quella, potremmo definirla senza mezzi termini, che è una destra erede del dispotismo di stampo illiberale. I punti salienti, che, come punte dell’iceberg, emergono dalla situazione contemporanea includono, in maniera più o meno evidente, lo strisciante e continuo tentativo di ‟manomissioneˮ della Costituzione. Infatti, spesso vengono presentate proposte di riforma istituzionale come il premierato, l’autonomia differenziata e – come quella di non molto tempo fa – la riforma della giustizia (contro cui si è schierato attivamente il comitato del NO). In realtà questi tentativi non sono altro che il tentativo di scardinare l’equilibrio dei poteri a favore di un controllo governativo e autoritario.
Inoltre, dall’altro lato, l’opposizione ormai ha assunto solo un ruolo retorico nazionalista, infatti, si limita semplicemente ad accusare il governo e così non fa altro che alimentare l’odio e la difesa esagerata della diversità e degli immigrati, senza una proposta ragionevole. Nella difesa della diversità si cade, nel dibattito pubblico, solo semplicemente nella pura opposizione e nel chiacchiericcio. Il dibattito si perde e spesso contrappone la visione nazionalista a quella multiculturalista che è già insita nella Carta costituzionale, la quale ha dentro ‟un progetto politicoˮ volto a eliminare gli ostacoli all’uguaglianza. In verità, non si può tollerare che il centrosinistra si appiattisca sulla rincorsa dei moderati, ma è necessario, per suscitare una dialettica vera e di dialogo, che a partire dalla sua vocazione originaria propria, provi a ‟radicalizzare il suo discorsoˮ parlando la lingua radicale della Costituzione, per ritrovare una vera identità sociale. Inoltre, l’intransigente pacifismo rimane un altro asse e argomento da portare sul tavolo.
Riprendiamo a pensare senza lasciarci manipolare Oggi è necessario portare al pensiero la riflessione perché c’è questa tendenza al riarmo e smascherarlo e svelare che c’è solo bisogno d’investimenti economici e non di vera difesa. In verità è ora di proporre con coraggio la condanna senza appelli delle guerre (in particolare la denuncia della situazione a Gaza), denunciando il silenzio dell’opinione pubblica occidentale. Tutto questo e molto altro è ormai terreno e materiale per ridare corso al confronto vero tra i giovani che si interessino di politica. Il ‟progetto culturaleˮ della Chiesa, dopo il crollo della DC nei primi anni ‘90, ha spinto la Chiesa italiana, in particolare sotto la guida del venerato cardinale Camillo Ruini, a scegliere la strategia del dialogo trasversale, basato sui ‟principi non negoziabiliˮ, rinunciando alla ricostituzione di un partito unico. Oggi non è auspicabile un partito unico ma una convergenza di credenti che provengano da ogni Confessione Cristiana invece sì, perché abbiano la forza di dare dignità alla persona umana.
Ripensiamo il futuro formando e ponendo le basi per riformare Secondo diversi critici, la scelta di vedere i cristiani presenti in diversi schieramenti ha portato alla dispersione dei cattolici in schieramenti opposti, indebolendo la capacità delle parrocchie e delle associazioni di formare leader politici dotati di una visione organica e di forte spessore istituzionale.
Ta tempo ormai è avvenuto un progressivo allontanamento dei giovani dalle strutture ecclesiali tradizionali e ciò ha ridotto i bacini storici in cui si strutturavano la disciplina, lo studio della dottrina sociale e il senso dello Stato. Purtroppo, il passaggio alla società post-secolare che l’Italia vive, ha determinato una nuova situazione; inoltre, si registra una forte secolarizzazione e frammentazione e proposte generate da plurali orientamenti. I cattolici sono spesso deboli nella capacità di trovare delle linee comuni e ciò che prima era demandato ad un unico partito, che diventava monopolizzazione, oggi non è più proponibile. Anche la formazione al pensiero credente ne ha pagato le spese. È pur vero che la formazione è caratterizzata da diverse iniziative che trovano poca unitarietà e incidenza. La frammentazione della classe politica attuale riflette la frammentazione della società stessa, e non solo una mancanza di volontà formativa da parte del clero. Manca, inoltre, la spinta a farlo e a lasciarlo fare da chi può occuparsene; una formazione diffusa e sociale oggi è necessaria. Gli analisti che difendono l’attuale operato del mondo cattolico evidenziano come l’impegno si sia spostato dalla politica dei partiti al terzo settore, al volontariato, all’associazionismo (es. le ACLI, la Comunità di Sant’Egidio, la Caritas, al movimento Politi per l’unità ) e a iniziative come le Settimane Sociali dei Cattolici Italiani. Ma questo basta? Da questa prospettiva, la Chiesa continua a formare persone di spessore, ma queste tendono a operare nel tessuto civile e sociale piuttosto che nelle aule parlamentari, rischiando di lasciare la scena e la proposta politica a quanti hanno altri interessi più che l’interesse della persona e il bene del paese, o meglio, l’interesse a promuovere il Bene Comune. Oggi tale sforzo formativo non basta se il problema reale è quello che evidenziavo all’inizio, ossia l’attentato alla democrazia vera. Del resto, se difronte a tale situazione cresce il disinteresse e l’astensionismo al voto, è urgente aiutare a riappropriarsi del pensiero e del pensiero credente.
Emerge un drammatico sintomo: la rassegnazione dei cittadini, pertanto, è doveroso l’invito ad interessarsi della politica in quanto c’è in gioco il nostro futuro, assieme all’invito al voto, che sarebbe un generico appello al dovere civico. Oggi è necessaria una chiamata alla resistenza culturale e politica. Interessarsi, criticare costruttivamente, senza solo demolire l’avversario, e in definitiva, andare a votare, oggi, non è una semplice formalità democratica, ma è la scelta civica e credente per dare il proprio contributo, senza invece pensare che la scelta del ‟meno peggioˮ risolva tutto, perché la politica è nobile azione e non è un mercato, appunto, una banale televendita. Pensare ed esprimere e dare il proprio contributo è un atto di diserzione contro la rassegnazione. Purtroppo, oggi, a me pare, che gli attori della politica ci vogliano muti, indifferenti, rassegnati all’idea che ‟tanto nulla può cambiareˮ e che i destini del mondo debbano essere decisi altrove, dai mercati o dai signori della guerra. Siamo schiacciati da una destra che trasuda odio per le diversità e che tenta, giorno dopo giorno, come già ho evidenziato, di smantellare la Costituzione nata dalla Resistenza e, dall’atro lato, siamo disillusi da una sinistra che non trova proposte strutturali per il sociale. Essa è concentrata prevalentemente sui diritti individuali e civili (come i diritti LGBTQIA+, l’eutanasia o la legalizzazione della cannabis) altrettanto importanti, ma questi a scapito di una riforma strutturale e sociale (lavoro, salari, sanità e redistribuzione della ricchezza). Fugge la realtà.
Molti analisti, politologi ed esponenti della stessa area della sinistra (spesso definiti della ‟sinistra radicaleˮ o della vecchia guardia) sostengono che i partiti progressisti mainstream hanno progressivamente abbandonato la difesa dei lavoratori e delle classi meno abbienti. Sostituiscono la lotta contro le disuguaglianze economiche con battaglie puramente culturali. Ovviamente oggi l’adozione di politiche economiche neoliberiste o di compromesso con i mercati – avvenuta a partire dagli anni ‘90 con la ‟Terza Viaˮ- , ha ridotto il margine di manovra dei partiti per fare grandi riforme strutturali, portandoli a focalizzarsi su riforme a costo zero per le finanze pubbliche, come appunto i diritti civili, perché non viene detto da nessuno, ma oggi i colossi economici governano e non si riesce a smarcarli e si è sotto il loro pesante giogo.
Conclusione Bisogna pensare, formare e dialogare sul reale con coraggio; è urgente capovolgere l’equilibrio dei poteri, trasformare i sudditi o i sottomessi in cittadini liberi e protagonisti. Urge riscrivere la storia. Di fronte a questa regressione terribile, la rassegnazione e il disinteresse e persino l’astensione vanno lette come una protesta e ciò rischia di essere un favore offerto a chi vuole sfasciare la Repubblica, inoltre oggi la situazione di disaggio economico delle famiglie e dei lavoratori è molto a rischio e aumenta la tensione e la protesta. Credo sia necessario l’invito esplicito all’impegno, alla coesione, ed insieme, una spinta, a tempo debito, a votare. Oggi è necessario riflettere per non lasciarsi rubare il pensiero.
Svegliamoci, cari discepoli di Gesù, perché ovviamente noi non siamo del mondo, ma siamo in questo mondo, in questa Italia, in questo continente europeo, in questa storia che certamente conduce il Signore e lo fa con noi e attraverso noi. Siamo chiamati ad essere le sentinelle del mattino e non i dormienti che per salvare questo o quel ceto politico moderato e senz’anima, rimangono inermi a guardare. L’impegno è gravoso; si tratta di svegliarsi, direbbe Paolo, dal sonno e abbracciare le armi della luce e mettere i corpi dentro la storia. Svegliamoci e spostiamo gli ostacoli che impediscono l’uguaglianza, nella distinzione e nella diversità, perché sia salvata la dignità umana. Scegliamo con coraggio la pace. Chi difende la scuola e la sanità pubblica, chi rifiuta il razzismo di Stato è solo chi non si lascia incantare dai ben pensanti affaristi del politichese. Difendiamo la Costituzione che è nostra e non ce la lasceremo toccare.
