Nell’ambito del settenario in onore di San Cristofero, la Piazza Giacomo Magno di Valguarnera, ovvero il sagrato della Chiesa Madre, ha ospitato giovedì 20 agosto un momento di profonda riflessione e impegno civile. Davanti a un pubblico attento, si è svolta la presentazione del libro «Fratellino», un’opera che accende i riflettori sulla cruda realtà delle migrazioni contemporanee.
L’incontro è stato moderato dal prof. Cristofero Bevilacqua, che ha introdotto con efficacia i relatori e il filo conduttore della serata. Sono seguiti gli interventi di don Luca Crapanzano, rettore del Seminario di Piazza Armerina e docente presso la Facoltà Teologica di Sicilia, e di don Samuel La Delfa, presidente del Centro Papa Giovanni XXIII e anch’egli docente nella medesima Facoltà.
Nel suo discorso, don Luca ha offerto ai presenti tre indicazioni di viaggio esistenziale. Il cuore della sua riflessione si riassume nell’invito a provare a essere «altro da sé», superando l’etnocentrismo della società occidentale con cui spesso giudichiamo il resto del mondo. Legando il testo ai temi della solidarietà e dell’accoglienza, il sacerdote ha infine raccomandato la lettura del volume, ricordando che «Fratellino» è stato caldamente consigliato da papa Francesco ai giovani durante la Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona nell’agosto 2023.
Don Samuel ha aperto il suo intervento presentando – citandoli uno ad uno per nome – i tanti ospiti del Centro Sociale Papa Giovanni XXIII seduti tra il pubblico, tra cui una giovanissima coppia con un neonato. La struttura di cui è presidente, ha spiegato, non è da considerare un centro per migranti, ma un luogo di accoglienza aperto a ogni forma di povertà. Ha poi accennato alla diffidenza iniziale della comunità locale, soffermandosi sulle fragilità che affliggono la nostra società.
La parola è passata a Kabir, migrante pakistano fuggito dai conflitti della sua terra d’origine. Assistito dalla traduzione di Marta Maugeri, ha raccontato in inglese la propria odissea, dedicando parole commoventi a don Samuel: «Non mi ha chiesto chi fossi, da dove venissi o quale fosse la mia religione. Ha messo davanti a tutto una sola cosa: “Prima l’umanità”». Questo principio ha rappresentato il vero fulcro della serata.
Successivamente ha preso la parola Kalli Kalambay, originario del Congo e oggi residente a Mantova. Ha condiviso con grande trasporto la sua testimonianza di fede prima persa e poi ritrovata. Ripresosi miracolosamente dopo un gravissimo incidente che rischiava di costringerlo a letto per tutta la vita, oggi viaggia ovunque per testimoniare la sua gratitudine a Dio.
Pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 2021, «Fratellino» è scritto a quattro mani da Ibrahima Balde – voce narrante della storia – e da Amets Arzallus Antia, scrittore e poeta basco che ne ha raccolto la testimonianza. La trama racconta l’odissea reale di Ibrahima, giovane camionista della Guinea che, dopo la morte del padre, si fa carico del sostentamento della madre e delle sorelle minori. Quando il fratello più piccolo, Alhassane, scompare nel nulla nel tentativo di raggiungere l’Europa, Ibrahima si mette in viaggio per trovarlo e riportarlo a casa. Ha inizio così un drammatico percorso attraverso il Mali, l’Algeria, il Sahara e l’inferno delle carceri e delle torture in Libia. Una narrazione nuda ed essenziale, priva di retorica, che restituisce la verità più cruda del viaggio.
Il volume ha ottenuto una vastissima eco, spinto dalle ripetute raccomandazioni di papa Francesco, che lo ha indicato come uno strumento fondamentale per comprendere l’umanità che si cela dietro i numeri degli sbarchi.
Piace infine ricordare che questo invito a mettere «prima l’umanità» e a superare i nostri pregiudizi unisce il libro a un’altra grande opera recente. Infatti, «Fratellino» non è un caso isolato nel panorama culturale odierno e trova un parallelo perfetto nel film «Io capitano» di Matteo Garrone. Entrambe le opere si concentrano nel mostrare il viaggio prima della partenza, ovvero fanno vedere le miserrime condizioni di vita per le quali molti scelgono di partire. In questo modo, costringono il lettore o lo spettatore a un profondo esame di coscienza su uno dei più grandi drammi dei nostri giorni, alimentato dall’atteggiamento neocoloniale delle potenze del cosiddetto primo mondo occidentale.
