28 Giugno 2026

Festa per Maria Ss. della Grazia

Aidone si prepara a festeggiare la Compatrona

Novenario dal 23 giugno-1 luglio. Il 2 luglio la festa

di Nino Costanzo

La parrocchia San Lorenzo Martire-Chiesa Madre  di Aidone e la Confraternita Maria SS. Madre della Divina Grazia, con un pubblico manifesto, a firma, rispettivamente, del parroco don Giacinto Magro e del governatore Filippo Tuttobene, hanno presentato il programma per la festa del 2 luglio della compatrona Maria SS. delle Grazie che si svolge nell’omonima chiesa rettoriale.
Il 23 giugno ha preso avvia il novenario; ogni giorno la recita del Santo Rosario, seguito dal canto della Coroncina alla Madonna e la celebrazione della Santa Messa. Mercoledì 1 luglio, vigilia della festa dopo la Messa i Vespri solenni.
Giovedì 2 luglio la festa con la celebrazione della Messa al mattino alle 10 e nel pomeriggio alle 18.30; Dopo la Messa la “presentazione” dei neonati e bambini alla  Madonna e quini la processione per le vie cittadine, con sosta presso la piazza Cordova dove ci sarà l’atto di affidamento della Città. La festa si concluderà con i giochi pirotecnici in contrada Canalotto alle ore 24,00 circa.

Il quadro della Madonna delle Grazie, raffigurata con il Bambino lattante, dipinta su lastra di pietra, probabilmente dal pittore monrealese Pietro Novelli tra il 1618 e il 1623, con una intelaiatura a sbalzo attribuita al Correnti, si conserva e si venera nella chiesa omonima.
Anticamente, durante la processione per le vie del paese, la pregevolissima immagine veniva preceduta da contadini in sacco bianco e scalzi, seguiti da «lombardi e saraceni» che cavalcavano con ‘dignità’.

La leggenda narra che la Madonna fu portata nel 1618 da un certo Diego Parrinello nel sito ove venne poi eretta la chiesa che tutt’oggi l’accoglie.
Secondo lo storico Giuseppe Pitrè, il mulattiere Parrinello ‘portavasi verso il mare che a tramontana bagna l’isola e, attraversando i boschi delle Madonie, s’imbatte in un vecchio eremita, il quale, dietro indicatagli la via che avea smarrita, si fece promettere che, ritornando, sarebbe ripassato per portare in Aidone quell’immagine che diceva dover essere la fortuna del paese’.Il Parrinello promise all’eremita di ritornare, nonostante pensasse a non mantenere la promessa per non sottoporre la sua mula al pesante carico di quella pittura in pietra. Infatti al ritorno cercò di battere un altro sentiero ma, attraversando quella catena di montagne poco abitate, smarrì la via e, ‘quando disperato non sapeva dove rivolgere i suoi passi, si trovò dinanzi lo stesso eremita che, sorridendo, lo rimproverava della sua slealtà e portandogli l’immagine ripeteva: Va, porta al tuo paese questo tesoro’.

Dopo alcuni mesi il Parrinello nello svuotare il basto, invece di paglia, vi trovò del denaro. Immediatamente ricordò le parole dell’eremita e quindi si recò dal parroco a denunciare quanto accadutogli. La popolazione aidonese, venuta a conoscenza del fatto, dopo aver cercato e trovato il dipinto, eresse una piccola cappella e, in seguito, la chiesa che tuttora esiste. Tuttavia un altro Parrinello diede i natali ad Aidone. Invero un capobanda insospettabile fu don Lorenzo Parrinello, un prete che abitava ad Aidone, con i suoi genitori e una sorella zitella. Era capo di una banda di ben quaranta uomini e i suoi luogotenenti erano due suoi cugini, Diego e Tommaso Parrinello: Nemo potest duo bus dominis servire.
Da ricerche effettuate, “Prima di procedere ad un’impresa banditesca, era costume della “sacra unione” di riunirsi in preghiera con don Lorenzo, col quale si perfezionavano i piani per rubare il bestiame o sequestrare persone facoltose per le quali richiedevano riscatti”.
“La notte del 23 aprile 1830, era già passata la mezzanotte, la “sacra unione” circondò la masseria di don Gesualdo Libertini, a Caltagirone”.  “La banda la comandava un malandrino dall’aria feroce con un gran cappellaccio in testa e il trombone a tracolla, che con criteri scientifici fece perquisire tutta la masseria, impadronendosi di tutto ciò  che era possibile sottrarre. Alle prime luci dell’alba, la banda a cavallo se ne andò, lasciando legati e bendati padroni e servitori”.
“Don Lorenzo si adoperò perché si spargesse la voce che si trattava d i campagnoli di altri paesi che, spinti dalla fame, erano stati indotti a quella impresa”.
“Capitò un giorno che si scoprì che il capo di questa banda era proprio lui, don Lorenzo, il pio sacerdote”. “Grande fu lo scandalo e l’indignazione. Don Lorenzo si diede alla macchia e le grassazioni, le rapine e i sequestri si moltiplicarono”.
“Non mancarono la scomunica né i tentativi della Curia per redimerlo. Tutto fu inutile. Le imprese di don Lorenzo e della sua banda si moltiplicarono. ‘Non vi è Comune’ diceva un rapporto della gendarmeria, dove non sia nelle vicine campagne sequestrato quasi ogni giorno uno o più proprietari, e costretto a ricomprare la sua libertà a prezzo con lo sborso di notevoli somme”.
“Quando fu catturato e chiuso in carcere, don Lorenzo pretendeva che gli si allestisse un altarino per celebrare la Messa Dicono che volesse confessare gli altri detenuti ma, riferivano i rapporti dei gendarmi, il suo scopo era quello di ordinare di tenere la bocca chiusa”.
“Non si sa nulla della sua fine. La gente del luogo raccontava che, scappato, era emigrato in America, e chissà cosa aveva combinato là…”. “Altri dicevano invece che, pentito dalle malefatte, si era chiuso in un convento di clausura per espiare il male compiuto”. “Sono le dicerie del tempo, ma di veri e reali ci sono i rapporti della gendarmeria che, nel denunciare le feroci imprese di questa banda singolare, citava la particolare pericolosità e violenza di don Lorenzo”. In quo nascetur, asinus corio morietur (L’asino nasce nella stessa pelle in cui muore).

CONDIVIDI SU