Esiste un legame antico e indissolubile che unisce la comunità di Valguarnera alla Santissima Eucarestia. Una devozione profonda che trova la sua massima espressione nella «festa du Signùr», un evento che anche quest’anno si ripropone con la sua peculiarità unica e forse esclusiva: a Valguarnera infatti la celebrazione del Corpus Domini si protrae per più sere consecutive, trasformando il tessuto urbano in un luogo di corale devozione cittadina grazie alla preparazione degli «autàr».
La tradizione religiosa ha radici molto antiche, sostenute dal punto di vista celebrativo ed economico dalla Confraternita del Sacramento fin dal lontano 1699. Inizialmente, e sino agli ultimi decenni dell’Ottocento, le processioni si svolgevano alla luce del giorno. Poi, lo spostamento nelle ore serali ha conferito alla festa una magnificenza senza pari, con l’allestimento nei crocicchi e negli angoli delle strade di un gran numero di «altari», dove ogni volta viene posato Gesù per la preghiera e la successiva benedizione agli astanti. Così, per undici giorni consecutivi i cortei religiosi attraversano capillarmente tutti i quartieri del paese, garantendo che nessun isolato rimanga escluso dalla visita del «buon Maestro».
Le processioni si dipartono per otto giorni dalla Matrice con inizio dalla domenica del Corpus Domini; poi, gli ultimi tre giorni il rituale parte dalle parrocchie di San Giuseppe, San Giovanni Bosco e, in ultimo, da San Francesco.
Dicevamo della Confraternita del Sacramento promotrice con il clero locale della solennità, tuttavia il motore che anima la festa è rappresentato dal concorso spontaneo di ogni nucleo familiare o di vicinato. Ciascuno contribuisce con il proprio lavoro, mettendo a disposizione gli oggetti religiosi più preziosi, i tessuti finemente lavorati o le piante ornamentali migliori per realizzare l’altare e onorare il passaggio dell’Ostia Consacrata. E tra le donne e gli uomini del paese si distinguono veri e propri artisti capaci di dare vita, con semplicità ed eleganza, a manufatti di rara bellezza, che si contrappongono nettamente a stili più goffi e sovraccarichi. In questa febbrile attività preparatoria, alla pura pietà cristiana spesso si mescola un pizzico di umana vanità, gelosia e sano amor proprio tra i diversi allestitori, ognuno desideroso di primeggiare per solennità e sfarzo di luci.
Proprio l’aspetto legato alle luci racconta, da solo, la storia sociale del paese. Prima dell’avvento dell’elettricità, il popolo offriva a Gesù ciò che possedeva: accanto ai moderni lumi a petrolio forniti dalle famiglie benestanti, spiccavano le povere lampade dei minatori – le stesse utilizzate nella dura quotidianità della zolfara – e persino gusci di lumache riempiti d’olio usati come candele. Oggi quel panorama suggestivo è completamente perso nella memoria, specie quella dei più giovani che non hanno minimamente conosciuto un mondo senza energia elettrica.
L’arrivo del Santissimo presso l’altare è salutato dal lancio devoto di petali di rose e ginestre, mentre dai balconi si accendono luci supplementari per illuminare la strada «o Signùr». Il momento solenne della benedizione viene poi scandito dal fragore dei giochi pirotecnici e dalle note della banda musicale che segue instancabilmente il corteo sacro lungo tutto il percorso stradale.
