10 Aprile 2026

La barca di Pietro e il “modo” sinodale di essere missionari

di don Salvatore Chiolo

In vista degli incontri dei Gruppi di coordinamento pastorale cittadino previsti a Mazzarino (lunedì, 13 aprile), Piazza Armerina (16 aprile) e Gela (venerdì, 17 aprile), ci lasciamo accompagnare da alcune icone bibliche del tempo di Pasqua  recuperate dai racconti delle apparizioni del risorto proposti dalla liturgia di questo tempo. 

Il cammino sinodale della chiesa italiana ha intravisto rotte di navigazione e pesca in cui le comunità sono collocate come navi in mare aperto: non più attraccate, bensì in movimento e pronte a far la propria parte. La direzione maestra, segnata dalla Parola di Dio, fatta di latitudini già battute, ha impostato la traversata notturna in un modo inedito tale da pensare alcune manovre e rimettere al centro l’essenziale, riportando l’annuncio del Kerygma nelle secche umane in cui è possibile pescare in abbondanza.

La generazione che sta ricevendo il mandato di esplorare ancora una volta l’antico sentiero nautico non è abituata a navigare seguendo le stelle però è comunque capace di leggere le mappe. È una generazione tecnologica, che subisce la velocità degli aggiornamenti, non resiste ai flussi magnetici del presente ma coltiva la speranza di una pace globale, aborrendo ogni tipo di guerra e discriminazione sociale. È una fetta di storia in cui la priorità dell’apparenza non riesce ad offuscare del tutto quella fame di spiritualità che accompagna i momenti più importanti della vita umana nei suoi passaggi epocali. «È cresciuta così una sensibilità che intreccia e fa dialogare dimensione pastorale, riflessione teologica e competenze scientifiche e professionali, a servizio di un discernimento comune e delle decisioni ecclesiali per un rinnovato slancio missionario» (Lievito di pace e di speranza, 7).

La forza di un’immagine carica di vita come quella proposta nel tempo pasquale di un Maestro risuscitato, che si ricongiunge ai suoi amici nel luogo in cui tutto sembra aver avuto inizio, sebbene lontano da Nazareth, può aiutare la comprensione del senso di un tempo intenso come quello inaugurato con il cammino sinodale. Nel momento, infatti, in cui la pesca è assicurata, cioè di notte, è soltanto all’alba che la sua presenza si rende visibile all’occhio umano di Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, dei figli di Zebedeo e altri due discepoli; mentre laddove la barca di Pietro non è riuscita ancora a portare a termine il proprio compito è la Sua parola a dare la dritta giusta: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete» (Gv 21,6). Il tempo perciò diventa una dimensione essenziale, un’alba sempre nuova che va recuperata per aiutare la speranza a distendersi fino alle proprie misure massime. È un alveo di vita in cui l’occhio, il tatto e il gusto, assieme a tutti i sensi interiori, possono ritemprarsi per fare l’esperienza fondativa della fede in uno che è riuscito a tornare vivo dalla morte fisica e morale. Certamente, la parte destra della barca non è migliore di quella sinistra ma è comunque l’alternativa alle soluzioni pensate in modo esperto da chi conosce il mestiere come le proprie tasche, lo frequenta da una vita, nonostante ne abbia interrotto la professione dopo aver seguito Gesù in tutta la Palestina del tempo; e però ultimamente non produce. Anzi fatica molto. È l’altra parte della barca, quella a cui Pietro ha preferito il “suo” punto di pesca, secondo il “suo” criterio, quello classico, elementare, quasi istintivo. È vero che Pietro ha detto a Gesù: «Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69); ma è ancora più vero che, decidendo di pescare nel lato migliore della barca, secondo il suo punto di vista, non ha preso nulla.

La professione di un pescatore di uomini che rimane sempre ancorato alla fede con cui ha corrisposto alla scelta del Maestro quando ha smesso di resistere a Lui dicendo: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5) è fondata, è stabile e ferma; a tal punto da essere da esempio anche per gli altri sei discepoli presenti nella barca che, in assoluto silenzio, assistono scomparendo, quasi lievitando pur di far posto all’enorme quantità del pescato.

C’è una bellezza nella scelta di ascoltare il Maestro, anche quando sembra scontato che non ci sia più nulla da fare, che sconvolge le abitudini quotidiane: anche quelle più inossidabili, fino a riconsiderare se la vera professione sia quella di pescare o quella di avere fede in Lui. Un fascino che anche la Chiesa dei nostri giorni, il popolo di questa nostra generazione, ha colto nell’attuale epoca: la cosiddetta “epoca di cambiamenti”; il luccichio tenue, debole però consistente tanto quanto basta per far cercare e scoprire anche aspetti inediti del potenziale della barca di una Chiesa che, più che pescare, ha bisogno di rimettersi in ascolto della sua Parola, ritrovando in essa l’unico motivo per continuare ad essere capofila nelle scelte di un’umanità ormai ricacciata dentro un orizzonte senza persone, nè mare, nè confini da attraversare.

C’è un sapore antico che rinnova il gusto del bello espresso nelle liturgie, che va riscoperto, nuovamente frequentato e fatto proprio. È il sapore del popolo che agisce, ascoltando il Maestro; il talento di una comunità che si pone nella storia collocandosi nel modo che il Maestro indica: non nel posto soltanto, ma anche nel “modo”. Il “modo” di pescare di Pietro che ascolta il Maestro mentre gli parla dalla riva è il “modo” con cui la Chiesa ascolta la Sua Parola, è il “modo” del popolo che si riscopre la presenza e il Corpo di Cristo che, «con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con linvio dello Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna» (Dei Verbum, 4).

Il modo di stare in acqua da parte della barca di Pietro, sempre pronta nel mare di quella Tiberiade che, sebbene ancorata nella Galilea dei pagani, rimane capace di accogliere il messaggio cristiano e rilanciarlo nell’oceano del mondo intero, è il “modo” con cui la Chiesa vive nella storia. E il “modo” con cui la Chiesa intende qualificare la propria presenza è comunitario, di fraternità: sinodale, dentro ad un mare sempre più aperto verso latitudini a volte inedite e, a volte, già battute dentro cui inoltrarsi con meraviglia, stupore e coraggio. Mai paura!

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