C’è una soglia sottile, ma decisiva, tra ciò che appartiene alla fede e ciò che appartiene al mercato. Quando questa soglia si offusca, non è solo una questione organizzativa o pastorale: è un problema teologico.
La discussione suscitata dalla riforma del “catechismo” nell’Arcidiocesi di Palermo — con le stime economiche di perdita da parte di alcune imprese — porta alla luce una tensione antica quanto il Vangelo: quella tra il dono e il profitto, tra la grazia e il consumo, tra l’iniziazione cristiana e la sua possibile riduzione a “servizio tra i servizi”.
Non è la prima volta che accade. Nella storia della Chiesa nascente, l’apostolo Paolo di Tarso si trovò in una situazione sorprendentemente simile. A Efeso, la sua predicazione mise in crisi un intero sistema economico legato al culto di Artemide: gli artigiani non contestavano la verità del Vangelo, ma il fatto che “non si vendeva più come prima”. Era una protesta religiosa solo in apparenza; in realtà, era una difesa del mercato. È difficile non cogliere un’eco di quella scena anche oggi.
Quando si afferma che una riforma della catechesi “danneggia l’indotto”, si sta implicitamente dicendo che la trasmissione della fede è intrecciata a un sistema economico che ne dipende. Ma è proprio questo il punto critico: può la fede essere sostenuta — o peggio, orientata — da logiche di mercato?
Il Vangelo offre una risposta netta, quasi scomoda. Gesù Cristo, entrando nel tempio di Gerusalemme, non si limita a un richiamo verbale: rovescia i tavoli dei venditori e dei cambiavalute. Quel gesto non è contro il commercio in sé, ma contro la sua invasione dello spazio sacro. Il tempio era diventato luogo di scambio, e la preghiera era stata soffocata dal profitto.
Non è forse questo il rischio che, in forme più sottili, si ripresenta?
Quando il “catechismo” viene percepito come una delle tante attività — accanto alla palestra, alla danza, al doposcuola — allora non è più chiaro se stiamo introducendo alla vita cristiana o semplicemente organizzando il tempo dei ragazzi. Quando la Prima Comunione diventa più evento sociale che evento ecclesiale, più fotografia che mistero, allora qualcosa si è spostato, lentamente ma profondamente.
E qui emerge una provocazione che circola, quasi come una sfida: “Non iscriveteli più, così vedranno cosa significa!”
Ma cosa significa davvero?
Significa forse mettere alla prova la Chiesa come se fosse un’azienda? Verificare la “tenuta del sistema” in base ai numeri? Oppure, più inconsapevolmente, ammettere che il “catechismo” è percepito come un servizio da cui si può “ritirare l’utenza” per esercitare pressione?
Se così fosse, la questione sarebbe ancora più seria di quanto sembri. Perché indicherebbe che, nel profondo, abbiamo già cambiato paradigma: non più figli che chiedono di essere introdotti alla fede, ma clienti che valutano un’offerta.
Si dice: “Il catechismo di una volta era meglio”. Ma meglio in che senso? Se davvero fosse stato così generativo, non avremmo oggi comunità in cui molti, pur avendo “fatto il catechismo”, non partecipano all’Eucaristia, non conoscono la Scrittura, non abitano la vita ecclesiale. Non è un’accusa: è un dato che interroga.
Forse abbiamo confuso l’abitudine con la fede, la frequenza con la conversione, la preparazione ai sacramenti con l’iniziazione alla vita cristiana. E allora la riforma — anche quando scomoda — può essere letta non come una sottrazione, ma come una restituzione: restituire tempo, profondità, verità al cammino della fede. Restituire al catechismo il suo volto originario: non un corso da completare, ma un’esperienza da vivere.
La fede cristiana, infatti, non può essere amministrata come un settore produttivo. Non può dipendere dall’indotto delle celebrazioni, né essere misurata in termini di ritorno economico. Quando accade, anche senza volerlo, si rischia di fare esattamente ciò che il Vangelo denuncia: trasformare il tempio in un luogo funzionale ad altro.
E forse, a questo punto, la domanda cambia direzione. Non è più: la diocesi sta sbagliando?
Ma piuttosto: non sarà che, senza accorgercene, abbiamo imparato a pensare la fede con categorie che non le appartengono?
Perché se davvero il catechismo fosse solo una “voce” tra le altre, allora sì: basterebbe non iscriversi più per far saltare il sistema.
Ma se invece è — come la Chiesa continua a credere — l’inizio di una vita nuova, allora la vera domanda non è cosa perderà la diocesi.
È cosa rischiamo di perdere noi…
