La Carità nell’era digitale

di Rosamaria Tumino

Si è tenuto a Niscemi, lo scorso sabato 12 settembre presso il salone parrocchiale di Santa Maria della Speranza, il primo incontro formativo della Caritas Diocesana, in concomitanza con l’inizio dell’anno pastorale.

Tema dell’incontro: “La Carità nell’era digitale”.

Relatore, il dott. Pietro Cavaleri, filosofo, psicologo e psicoterapeuta, nonché già docente alla LUMSA, che ha subito catturato l’attenzione dei presenti ponendo un interrogativo fondamentale: “come sta incidendo sulla nostra psiche e sull’ambiente intorno a noi l’utilizzo delle nuove tecnologie?

Sulla scorta dei risultati degli studi condotti dai neurobiologi, si può affermare con certezza che ci troviamo di fronte ad una TRANSIZIONE ANTROPOLOGICA, cosa ben più grave del semplice cambiamento antropologico; praticamente tra circa 200 anni l’essere umano non sarà più come lo conosciamo oggi.

Questa affermazione nasce dalla constatazione scientifica del duplice effetto che la dopamina produce nel nostro cervello nel momento in cui navighiamo in internet.

Essendo infatti la dopamina l’ormone del piacere e della predazione, gli scienziati hanno rilevato che il suo livello si innalza in misura direttamente proporzionale al tempo che trascorriamo davanti ad uno schermo alla ricerca di qualcosa.

Questo fa sì che la dopamina funzioni come una droga per il cervello, creando dipendenza da internet.

L’altro effetto potente prodotto dall’afflusso smisurato di questo ormone al cervello è quello di interferire sulla INTENZIONALITÀ UMANA, SUL POTERE DELL’AUTO DETERMINAZIONE: quando navigo in internet non sono più io che scelgo sulla base di una mia percezione, corporea o morale, bensì sulla base dell’offerta esterna che proviene dallo strumento tecnologico.

E dunque, se non riesco più a sentire, a percepire il mio corpo, come posso capire il corpo dell’altro, o il suo sguardo?

È questo un interrogativo importantissimo innanzitutto per noi esseri umani, perché venendo meno questa capacità di comprensione altrui, viene meno anche la nostra competenza relazionale, sociale, trasformando tutto ciò che è al di fuori delle nostre case in una giungla minacciosa da cui dobbiamo difenderci  (da qui l’aumento spaventoso di depressioni, di suicidi anche nelle fasce molto giovanili; attualmente in Italia se ne registrano 4000 all’anno).

Ma quell’interrogativo assume un’importanza ancor più decisiva e fondamentale per tutti coloro che operano nel sociale, tra cui noi operatori pastorali della carità.

Nei nostri centri di ascolto Caritas, infatti, siamo chiamati ad essere antenne capaci di captare il bisogno dell’altro, di intercettare la risonanza dell’altro, che si rivolge a noi chiedendoci aiuto, spesso soltanto attraverso il linguaggio non verbale: lo sguardo, la gestualità.

Qual è allora la bussola, la stella polare che può guidarci ed illuminarci per incarnare al meglio la carità nell’era digitale?

Per noi diventa un imperativo categorico il richiamo di Papa Leone XIV nella sua prima enciclica MAGNIFICA HUMANITAS: “nel tempo dell’IA abbiamo il dovere urgente di restare PROFONDAMENTE UMANI”.

Dobbiamo essere capaci di diventare, noi centri di ascolto, un presidio di umanità, mettendo in campo tutta quell’empatia e quella compassione che Gesù ci insegna nel Vangelo.

Il futuro delle nuove generazioni non dipenderà dagli algoritmi, ma dalle scelte del cuore dell’uomo.

E quelle potremo farle solo noi!

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