In questo articolo ci soffermiamo su due provocazioni che scaturiscono dal Vangelo di Matteo, e in particolare Mt. 19,3-12 e Mt. 22, 34-40.
Non analizziamo i brani evangelici da un punto di vista esegetico, ma semplicemente ci lasciamo provocare da essi per sottolineare due aspetti che si sembrano significativi per il nostro argomento inerente la vita di coppia nel contesto socio-culturale odierno: l’espressione dei discepoli “ non conviene sposarsi” ( cfr. Mt. 19,3-12) e l’invito di Gesù ad amare con tutto se stessi ( cfr. Mt. 22, 24-40).
- Sposarsi conviene?
Così i discepoli replicano all’invito di Gesù a non dividere ciò che Dio ha congiunto :”Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi“.
Questa affermazione è molto attuale perché effettivamente molti, per vari motivi, ritengo non opportuno sposarsi in Chiesa, piuttosto, preferiscono convivere, provare a stare insieme finché il rapporto va bene, pronti a lasciarsi quando la relazione non è più ritenuta soddisfacente.
Tutto questo è un dato di fatto che non bisogna giudicare o moralizzare, ma osservare e cercare di capire. Anche perché, ci sono convivenze che sono più esemplari di coloro che sono sposati con il rito cristiano. Per cui non bisogna farne una questione morale.
Siamo convinti che la crisi del matrimonio cristiano sia strettamente connesso alla crisi di fede di questi nostri tempi. Senza una vita in Cristo non si capisce il senso del matrimonio cristiano e si corre il rischio di ridurlo a spettacolo folcloristico, a una bella festa ma che non ha nulla a che fare con la fede cristiana.
La questione è se la comunità cristiana e, in particolare, gli sposi cristiani desiderano vivere un discepolato, una vita spirituale vera, ispirata al Vangelo, alla persona di Gesù Cristo, aderente al quotidiano, umanizzante, libera da stereotipi religiosi.
Quale risposta dare all’interrogativo posto dai discepoli: conviene sposarsi? Dipende!
Dipende dai presupposti che sono alla base di una tale scelta. Non a tutti è dato di capire. Il matrimonio cristiano non è solo la scelta di un uomo e donna che decidono di vivere una storia d’amore insieme è anche una chiamata, una vocazione.
Parlare di vocazione, dal nostro punto di vista, può generare alcuni fraintendimenti, ovvero, pensare che la vocazione sia la manifestazione di una volontà divina a cui bisogna sottostare, aderire, accettare passivamente o per costrizione.
Piuttosto, siamo convinti, che l’amore sponsale è una scelta umana, profondamente umana dove sono in gioco la libertà di un uomo e una donna.
Anche il sacerdozio ministeriale, a nostro modesto parere, non può prescindere da un desiderio umano che l’esperienza di fede accende e alimenta, da una gioia profondamente umana in quella particolare forma di vita che “diventa” vocazione, ma non lo è a prescindere dalla libertà e desiderio più vero e profondo della persona.
Non è l’intervento divino al disopra di noi che rende migliore l’amore uomo-donna, ma il divino che è in noi, quell’immagine e somiglianza che si compie quando un uomo e una donna si amano e decidono di vivere una storia d’amore insieme. Questo riguarda tutti, credenti e non credenti.
La vocazione che accomuna tutti gli essere umani è quella di vivere pienamente il dono della vita per giungere a compimento. La Bibbia ne parla in termini d’immagine e somiglianza di Dio.
Siamo essere in relazione con la dimensione divina e umana. Fuori dallo spazio relazionale non c’è vita umana vera, compiuta.
Quando l’amore tra un uomo e una donna è inteso come via verso il compimento per diventare pienamente umani (a immagine e somiglianza di Dio) allora possiamo scoprire in questa particolare forma di vita insieme l’esplicitazione della nostra vocazione battesimale: essere conformi a Cristo.
Se la vocazione al matrimonio è vissuta in riferimento a Cristo la scelta di sposarsi con il rito cristiano acquista un profondo significato perché l’amore di Cristo alimenta quello umano e l’amore umano è lo spazio relazionale per vivere quello divino.
Non ci sono due livelli, ma un unico livello quello dell’incarnazione. Non c’è da una parte la “carne” dall’altro lo Spirito, ma coesistenza. Non c’è nella vita matrimoniale un amore profano (la sessualità, il quotidiano, le incombenze giornaliere…) e amore spirituale (la preghiera, l’eucarestia, la Parola…) ma perfetta coesistenza, integrazione, incarnazione. Tutto ciò che è umano è spirituale e viceversa.
Non c’è possibilità di fare esperienza dell’amore divino fuori da quello umano. Il sacramento del matrimonio non divinizza ma umanizza, non riveste l’amore di un uomo e di una donna di un alone di sacralità ma potenzia la bellezza del loro amore all’interno di un cammino umano e spirituale, secondo la proposta di vita del Vangelo.
IL Vangelo non è un di più, non riguarda solo la dimensione religiosa o le pratiche religiose, ma la vita umana nella sua interezza e concretezza. Chi si sposa in Chiesa non è migliore di chi non si sposa attraverso il sacramento del matrimonio, semmai è consapevole di vivere la dimensione sponsale dell’amore uomo-donna all’interno del mistero d’amore di Cristo.
La grazia del sacramento del matrimonio non rende facile il compito umano che è proprio dell’amore; non elimina le ordinarie difficoltà del vivere insieme; la grazia non si sostituisce alla natura umana, ma la potenzia, eleva, dilata.
Se Gesù è fonte che ispira l’esistenza battesimale di un uomo e una donna, quando si giunge a scegliere di sposarsi tale decisione non può che non essere radicata in Cristo. Non solo come punto di partenza dell’avventura matrimoniale ma anche come prosieguo, per cui la fede in Gesù risulta necessaria per vivere la quotidianità dell’amore sponsale. Fuori da questa consapevolezza è difficile capire il senso del sacramento del matrimonio rispetto alla convivenza o al matrimonio di rito civile. Perchè non è questione di forma ma di sostanza. Non è questione di rito esteriore ma di consapevolezza esistenziale. Se la vita cristiana, per chi è battezzato, non ha valore per la propria esistenza umana, personale, relazionale, si fatica moltissimo a capire il valore sacramentale del rito del matrimonio cristiano.
- La difficile arte di amare nella vita coppia
Amare è tra le cose più difficili per un essere umano, anche se ne abbiamo tanto,tanto bisogno.
La vita di ogni essere umano dipende dal grado di amore ricevuto sin dai genitori…L’amore è ciò che ci nutre e umanizza. Eppure è difficile perché dentro di noi la tensione a trasformare l’amore in possesso, potenza, violenza, bisogno, soddisfazione di se, egoismo, vanità…è abbastanza forte e spesso non riconosciuta da parte nostra.
Confondiamo l’amore con il sentimento spontaneo di attrazione o di bisogno verso persone, cose, situazioni…
Più siamo alienati come uomini e donne dal cuore doppio, in conflitto dentro e fuori di noi, piu siamo incapaci di vivere l’amore, accogliere senza possedere, donare senza creare dipendenza.
L’amore di coppia è impegnativo e non è da tutti perché richiede la capacità di amare l’altro, l’altra, senza perdere se stessi, senza rinunciare a se stessi. Si tratta, infatti, di essere una sola carne rimanendo due, uomo e donna, nella propria diversità.
L’unità nell’amore riguarda anche la relazione tra l’umano e il divino: Dio è l’infinito noi finiti, Lui eterno noi mortali…eppure nella nostra fragilità umana siamo abitati dal divino che non elimina la nostra limitatezza ma la dirige verso un compimento di senso. Tra il divino e l’umano c’è un’infinita differenza che si fa coesistenza. Mistero grande, direbbe S.Paolo.
L’antidoto alla confusione o annullamento delle diversità maschile e femminile è la solitudine, cioè la capacità di trovare tempo per sé senza cedere ad egoismi o modalità esistenziali solipsistiche. Simile al movimento del cuore: sistole e diastole, dilatazione con contrazione. Solo chi è capace di stare con se stesso è anche capace di stare con l’altro, l’altra. Soggettività e Unità non si escludono a vicenda. L’amore di coppia non è confusione, ma esplicitazione della diversità maschile e femminile. Non fusione ma incontro. Non assimilazione dell’altro/altra ma accoglienza, non identificazione ma rispetto dell’alterità che si concretizza nella capacità di abitare il vuoto, ovvero, la diversità, senza riempirla di propri bisogni o aspettative. La diversità è vicinanza e lontananza, crea possibilità d’incontro senza sconfinare nel territorio dell’altro.
Chi nella relazione di coppia non sta bene senza dipendere dal proprio partner vive una relazione tossica, di dipendenza, infantile.
Non amiamo perché abbiamo “bisogno” del nostro partner per riempire i nostri vuoti affettivi, esistenziali, ma per diventare veri, autentici, unici nella e per la relazione d’amore.
Amare è essere presenti e anche assenti; è stare insieme ma anche lasciare andare, cioè rispettare tempi e momenti del partner.
In questo sta la difficoltà e la bellezza dell’amore.
«…le colonne del tempio hanno
giusti intervalli né le querce ed i
cipressi crescono l’uno all’ombra
dell’ altro…» Khalil Gibran
