La sera dell’8 luglio 2026 resterà impressa come una fenditura di luce dentro un luogo che, per sua natura, custodisce ombre.
Nel cortile interno della Casa Circondariale di Piazza Armerina, sotto un cielo che sembrava voler partecipare alla scena, è andata in scena “Liolà, quale libertà”. Oltre 200 persone provenienti dall’esterno hanno varcato la soglia del carcere: famiglie, educatori, cittadini, amici, compagni di viaggio. Sono entrati con un misto di stupore e rispetto, e ne sono usciti con sorrisi larghi, occhi lucidi, e la sensazione di aver assistito a qualcosa che non si può raccontare senza sentirlo vibrare dentro.
Il progetto teatrale nasce da un doppio laboratorio educazionale promosso da Caritas:il laboratorio interno, rivolto alle persone detenute della Casa Circondariale di Piazza Armerina e il laboratorio esterno, che coinvolge le realtà diocesane aderenti a Young Caritas, con una forte presenza di giovani dell’Oratorio Salesiano di Piazza Armerina.
Entrambi i laboratori sono stati guidati da Stefania Libro, pedagogista, e Filippo Marino, diacono: volontari Caritas e Salesiani Cooperatori, che da anni intrecciano il loro servizio tra il carcere e i giovani della diocesi. Questa doppia appartenenza ha permesso al progetto di respirare in modo naturale tra “dentro” e “fuori”, portando nel percorso una sensibilità educativa capace di creare ponti e fiducia.
Il progetto ha ricevuto il sostegno dell’Associazione Don Bosco 2000, che ha contribuito a rafforzare la dimensione educativa e sociale dell’iniziativa.
Lo spettacolo si è inserito all’interno della Settimana della Giustizia, promossa dall’Oratorio Salesiano di Piazza Armerina nell’ambito del Grest Salesiano 2026: “Non uno di meno – All together”, una settimana dedicata a riflessioni e attività sulla legalità, la responsabilità e la giustizia riparativa.
In questo contesto, “Liolà, quale libertà” ha rappresentato un momento di sintesi: un esempio concreto di come la cultura possa diventare strumento di dialogo e ricostruzione sociale.
La scelta di Liolà, non come riproposizione dell’opera pirandelliana, ma come orizzonte narrativo, che ha permesso di affrontare temi centrali: libertà, paternità, errori e possibilità di rinascita.
Gli attori e i giovani tecnici, tra cui: Antonio, Giuseppe, Filippo, Mircea, Michael, Rosario, Sanneh, Giacomo, Salvatore, Jesus, Massimo, Paolo, Luca, Carlo, Francesco, Alessio, Chiara, Sharon, Francesca, Jessica, Dansoko, Kirollos, Shayan, Simonetta, Roberta, Serena, Maria Lorenza, Asia, Miriam, Alfredo, Giovanna, Azzurra, Angelo, Mario e Gabriele, hanno costruito un gruppo corale capace di alternare intensità emotiva e momenti di ironia.
La regia di Stefania e Filippo ha scelto consapevolmente di abbattere la quarta parete, trasformando il cortile in uno spazio condiviso: gli attori si sono mescolati al pubblico, hanno camminato tra le sedie, hanno guardato negli occhi gli spettatori, rendendo ogni passaggio più vicino, più vero, più umano.
Questa scelta ha permesso allo spettacolo di respirare insieme alla platea, creando un’esperienza immersiva in cui il confine tra scena e vita si è fatto sottile, quasi impercettibile.
Lo spettacolo è stato dedicato alla memoria del direttore Antonio Gelardi, uomo di visione e di dialogo, che ha creduto nel teatro come strumento di cambiamento. La sua presenza, pur silenziosa, era percepibile in ogni gesto, in ogni battuta, in ogni applauso. Prima che la messa in scena avesse inizio, il cortile della Casa Circondariale si è riempito di un silenzio attento: un momento sospeso che ha preparato il pubblico all’incontro.Il maestro Roberto Mistretta, insieme ad Alessia Paladino e all’allievo Jesus, ha eseguito Todo cambia di Mercedes Sosa, la canzone preferita dal Direttore Antonio Gelardi.
È stato un inizio che ha già detto tutto: che il cambiamento è possibile, che la bellezza può nascere ovunque, che la memoria può diventare futuro.Il pubblico ha accolto questo omaggio con un rispetto profondo: non come un ricordo, ma come una eredità viva, una strada da continuare a percorrere.
“Liolà, quale libertà” non è stato solo uno spettacolo. È stato un ponte: tra generazioni, tra mondi, tra ferite e possibilità.Quando l’ultima battuta è caduta nel silenzio del cortile, è successo qualcosa che nessun copione può prevedere: il pubblico si è alzato in piedi, gli applausi hanno riempito lo spazio, e i volti dei protagonisti si sono illuminati come se qualcuno avesse aperto una finestra dentro di loro.
C’erano sorrisi increduli, lacrime trattenute, mani che tremavano, sguardi che cercavano conferme. C’era la libertà, non quella che cancella le sbarre, ma quella che permette di sentirsi umani, vivi, visti.
Per una sera, il carcere non è stato un luogo di separazione, ma di incontro. E chi c’era lo sa: certe emozioni non si dimenticano.
La serata ha potuto svolgersi in un clima di accoglienza e sicurezza grazie al lavoro attento e costante della Polizia Penitenziaria, che ha garantito ogni fase dell’evento con professionalità e sensibilità. Il Comandante Alfredo Scrivano ha coordinato il servizio con una presenza discreta ma decisiva, sostenendo il progetto fin dalle sue prime fasi.
Un ringraziamento particolare va alla Direttrice Donata Posante, che ha creduto nel valore educativo del teatro come strumento di apertura e dialogo, e alla Capo Area Educativa Marianna Cacciato, la cui visione pedagogica ha accompagnato l’intero percorso.
La loro collaborazione, insieme all’impegno quotidiano del Corpo di Polizia Penitenziaria, ha reso possibile un incontro che ha unito comunità, istituzioni e territorio, trasformando una semplice rappresentazione in un’esperienza condivisa di responsabilità e umanità.
