Il romanzo storico non è mai un semplice sguardo all’indietro, ma uno specchio impietoso del presente. Lo dimostra Annamaria Zizza attraverso il suo ultimo romanzo edito Marlin (collana Vulcano) dal titolo “L’estate della dolciera” sulla figura di Maria, la “dolciera” nella Sicilia del Settecento. Dietro la facciata sensoriale di mandorle e ricette conventuali, l’autrice tesse una fitta trama di denuncia contro la violenza domestica, la schiavitù e l’oppressione femminile. Una conversazione densa che svela come i dolci, in un’epoca spietata, possano diventare un linguaggio cifrato di riscatto e libertà. La scrittrice ci accompagna in un viaggio profondo tra le pagine del romanzo storico che esplora la vulnerabilità degli ultimi, il prezzo della libertà femminile e la sensualità di un’isola senza tempo.
Nel suo libro i dolci sembrano quasi un linguaggio cifrato con cui Maria comunica emozioni e guarisce ferite. Immagino ci sia dietro un grande lavoro di ricerca: come ha fatto a rendere queste ricette così vive e sensoriali? I dolci segnano la parte conclusiva del pranzo, il “luogo” sensoriale della piccola felicità, l’ostia che ci eleva, sia pure temporaneamente, al di sopra degli affanni quotidiani, del dolore, della perdita. Hanno una valenza riconciliativa, per me. Quelli che racconto nel romanzo sono il prodotto della mia passione per i dolci siciliani (anche quelli conventuali) e delle ricerche librarie che ho effettuato. Ogni volta che li assaggio e li racconto è un uscire fuori di me e immergermi in una dimensiona altra. Un po’ come accade con i libri, che sono medicina doloris anche quando non nascono necessariamente dal dolore, perché sono “diversi” in senso etimologico.
Accanto alla dolcezza delle ricette,
l’opera affronta con crudo realismo
le ferite dei più deboli,
istituendo un ponte temporale
tra le ipocrisie del Settecento e quelle della società contemporanea.
Nel romanzo affronta il dramma della schiavitù e la vulnerabilità dei bambini, negata allora nei reclusori come oggi tra le mura domestiche. Oltre agli eventi storici, quanto ha influito la condizione attuale dell’infanzia nella scelta di curare così a fondo questo aspetto? Sono sempre stata attenta alla letteratura degli ultimi (amo molto Verga, ad esempio) e alla condizione dei bambini che, allora come oggi, sono emarginati dai diritti, come accade agli anziani. La nostra è la società dei giovani, dell’eterno presente, della bellezza spesso artificiosa e falsata. Poco o nullo è lo spazio per i bambini che pure sono i pilastri del mondo, il nostro divenire in un incerto domani. In questo, come nella rappresentazione degli ultimi, il romanzo è – credo – molto attuale (come in genere è il romanzo storico). perché poco è cambiato nella sostanza delle cose e, anzi, il divario si è allargato sempre di più. Stiamo ritornando ad essere oligarchia economica e culturale.
Il riscatto degli ultimi e l’emancipazione femminile
non si fermano tuttavia alla conquista culturale o economica,
ma investono una sfera ancora più intima e dirompente:
la riappropriazione del corpo e delle sue passioni.
Maria vive la propria sessualità e i propri sentimenti con sorprendente modernità. Attraverso le sue protagoniste vuole suggerire che l’indipendenza di una donna non è davvero completa se non passa anche dal riappropriarsi del proprio corpo e dei propri desideri?
Io credo profondamente che siamo immersi nel Sacro. Sacra è la parola, la maternità, la Vita e la Morte, e sacro è il corpo, dilaniato, trasformato e vilipeso, spesso piegato ad esigenze di falsa bellezza. E sì, credo che la libertà della donna passi anche dal riappropriarsi delle passioni sensuali, dei desideri inconsapevoli, a volte della trasgressione. Il riferimento al libro di Arcoleo, a cui affido una delle origini del turbamento di Maria, è, infatti, una mistura di idee personali e di citazioni di La Mettrie. Arcoleo non esiste, come non esiste l’opera citata da me nel romanzo.
Questa spinta modernissima si inserisce in un’estetica letteraria raffinata,
capace di bilanciare la delicatezza formale
con la denuncia di drammi universali,
evitando il rischio di edulcorare il passato.
Nelle sue pagine la bellezza della Sicilia non cancella mai le ombre della sua storia. Come è riuscita, a livello di scrittura, a bilanciare l’eleganza della narrazione con la denuncia di temi dolorosi come lo sfruttamento e la violenza di genere, evitando il rischio di edulcorare il passato?Sono molto attratta dal passato, senza essere una passatista. Ho notato spesso (e ne ho fatto motivo di riflessione in questi ultimi anni e forse ha il suo peso che io insegni Italiano e Latino) che le lamentele sul degrado morale erano presenti anche nella letteratura latina pressoché nelle stesse forme e che le dinamiche a cui si informavano i comportamenti umani sono poco distanti da quelle del nostro oggi, in cui ipocrisia e censura imperano sub specie libertatis. Sono una donna, anche caratterialmente, incline ad amare senza cecità. E credo che si possa scrivere, anche per contrasto, di violenza e sopraffazione in uno stile che nel Medioevo si sarebbe chiamato “leu” e che mi appare quasi una “reductio ad Unum”.
Il nodo più complesso e doloroso
resta quello degli abusi domestici.
Nel Settecento considerati un diritto patriarcale del capofamiglia,
oggi rischiano di trasformarsi in un assuefatto “paesaggio quotidiano”
da scrollare velocemente sullo schermo di un cellulare.
Nel Settecento la violenza domestica era quasi un diritto del capofamiglia. Quanto è stato doloroso dare voce a queste sopraffazioni e quanto pensa che questa parte del romanzo parli ancora al nostro presente? E’ stato difficile scrivere di violenze subite in silenzio dalle donne, specie emotivamente, e questo emerge, credo, dal tessuto del romanzo. Gli avvenimenti odierni sono stati sicuramente fonte di riflessione sulla condizione femminile nel passato, ma inconsapevolmente. Sono diventati, questi avvenimenti, quasi – spiace dirlo – parte del paesaggio quotidiano, notizie che si scrollano dal cellulare e avvertite come normali, assorbite come si respira l’aria. Perché ci stiamo abituando a tutto, anche alle atrocità quotidiane. Servirebbe un nuovo umanesimo, un ritorno a valori di rispetto e amore verso l’altro. Credo sia utopia anche questo. E allora ripartiamo dal singolo, dall’individuo, se è ancora possibile.
A fare da contrappunto a queste dinamiche dolorose
interviene la struttura del finale del romanzo,
giocata su un affascinante parallelismo attorno alla parola “riscatto”.
Nel finale c’è un bel gioco di specchi sul concetto di “riscatto”: quello sociale e interiore di Maria e quello fisico, in denaro, pagato per liberare Giuseppe. Il messaggio sembra chiaro: nel Settecento la libertà si pagava sempre a carissimo prezzo. Come ha lavorato su questa sovrapposizione? Io credo che il prezzo della libertà sia altissimo sempre. Che lo sia stato e che lo sia ancora oggi. Lei ha notato quanti ostacoli, quanta emarginazione subisce un individuo divergente dalla massa, che non accetta supinamente diktat ma pensa con la propria testa? Più facile e più comodo è adeguarsi (parola che mi sono sentita dire molto spesso): adattarsi ad una situazione mal tollerata, ad un rapporto malsano, a ciò che in fondo ci fa male e ci impone una maschera. Eppure, credo che ne guadagneremmo in salute, mentale e fisica. La malattia del corpo è espressione per me della prigionia dell’anima. Però, sa?, io credo che anche Giuseppe si sia riscattato, ma dai suoi errori di ragazzo immaturo, e che lo abbia fatto tramite quel grande lievito che è il dolore. Questa è stato forse il motivo principale che mi ha spinto a dare un seguito a “La dolciera siciliana”.
Questo gioco di specchi
mette a nudo la profonda differenza di genere del tempo:
mentre l’uomo trova una rete istituzionale che paga per lui,
la donna può contare solo sulle proprie forze.
Una condizione che, secondo l’autrice, mostra riflessi d’ipocrisia ancora oggi.
Mentre il riscatto di Giuseppe arriva da un’istituzione esterna (i Mercedari), quello di Maria è una conquista tutta interiore e solitaria. Questo parallelismo espone con forza la disparità di genere dell’epoca. Crede che per le donne sia ancora così oggi? Io non credo che la donna oggi sia libera fino in fondo. Credo anzi che la sua libertà sia una falsa libertà, concessa dall’alto, quasi un contentino, un po’ come le quote rosa. La donna oggi deve sempre dimostrare di avere le… (espressione che detesto perché volgare e perché implica una superiorità maschile) perché sia definita forte. Dimostrare, non essere. E poi un’emancipazione che passa sempre dall’esposizione del corpo come quello degli appesi sulla pubblica piazza (cito Sciascia, autore a me molto caro) è palesemente falsa e umiliante.
Accanto alle ombre delle monacazioni forzate,
il romanzo restituisce però anche il volto di una Chiesa complessa,
animata da individui capaci
di farsi motori di cambiamento e di riscatto culturale.
La Chiesa nel libro mostra due volti: quello spietato delle monacazioni forzate e quello illuminato di Don Mariano, che valorizza il talento di Maria. È in questo periodo storico che comincia a evolversi l’idea di fede? La Chiesa è fatta di individui, allora come oggi. Padre Mariano Patanè è figura storica realmente esistita. Non lo conoscevo fino a qualche anno fa, ma poi ne sentii parlare durante una mia lectura Dantis da una storica dell’arte, la prof.ssa Leda Vasta. Mi colpì e ne lessi la biografia, un po’ agiografica, a dire il vero, ma interessante. Ne emergeva un uomo di nascita poverissima tra san Filippo Neri, il santo della Gioia e dei bambini, e padre Pio, a cui lo accosto per la semplicità e qualche scatto umorale. La Chiesa nel Settecento era in bilico tra rigidità e apertura al mondo. Basti pensare che Agostino de Cosmi, di cui ci parla Sciascia ne “Il consiglio d’Egitto”, era un sacerdote che diffuse l’istruzione pubblica nella Sicilia di fine Settecento.
L’affresco storico
solleva inevitabilmente un interrogativo sull’eredità di quel secolo
in un’isola oggi fortemente travolta
dalle lusinghe del marketing turistico e gastronomico.
Oggi il barocco e la gastronomia siciliana muovono il turismo. Se Maria potesse osservare la Sicilia contemporanea, cosa vi troverebbe oltre a questa bellezza monumentale e di facciata? La Sicilia è un’eterna promessa con poca memoria di sé. Se Maria guardasse la Sicilia di oggi le piacerebbero forse le piccole realtà di paese, magari quelle dell’entroterra, più che costiere, inghiottite dal rumore e dalla fretta. Insomma, le piacerebbero le realtà lente.
Questa dimensione di lentezza e cura
si riflette nella stessa tessitura della prosa dell’autrice,
una lingua sensoriale e scultorea ricca di rimandi ai grandi maestri della letteratura.
La sua scrittura usa il dialetto e gli aggettivi in modo misurato ma potente, dando grande carnalità al testo. Come lavora alla costruzione di questa lingua così tattile e quali autori siciliani l’hanno maggiormente ispirata? Dietro ad uno scrittore c’è sempre un forte lettore. Ho letto tanto e poi, per ragioni personali, ho iniziato a scrivere pochi anni fa. Sono molto attenta al suono della frase, alla sua armonia o disarmonia (dipende dalla situazione raccontata). Il ritmo della prosa e la cesellatura della parola è importante. E, aggiungo, andare per sottrazione come fa lo scultore e non per aggiunta, come fa il pittore. Eppure, mi dicono che della pittura la mia prosa ha la capacità evocativa. Sono stata decisamente influenzata da Manzoni (tanto), da Verga, De Roberto e Bufalino. Ma poi, rileggendomi, trovo anche tanti echi di poeti classici, che mi hanno influenzato anche per l’attenzione alla disposizione delle parole, da pesare col bilancino.
Il legame profondo che si è creato con il pubblico durante i tour di presentazione dimostra l’universalità della storia e apre infine le porte a nuovi e suggestivi scenari per il futuro della protagonista. Moltissime lettrici confessano di rivedersi nelle fatiche e nell’orgoglio di Maria, mentre tanti lettori sono rimasti affascinati dal genio filosofico e scientifico di Tommaso Campailla, altra figura storica realmente esistita che popola il romanzo.
E per chi già si chiede quando e dove potremo incontrare di nuovo la dolciera siciliana e i suoi profumatissimi segreti, l’autrice saluta con una promessa che accende l’immaginazione e apre le porte a nuovi linguaggi espressivi: “Al cinema. Perché no?”.
