In un contesto politico attuale la competizione elettorale respira di un clima di serio scontro agguerrito e lo scontro ideologico predomina sulla dialettica del confronto. Mentre in tale clima il cristiano è chiamato a un approccio radicalmente diverso, radicato nella fede e nella Dottrina Sociale della Chiesa, che mira a trasformare la logica dell’ostilità in logica del dialogo e del bene comune. Ecco come il cristiano può affrontare la politica in questo scenario, egli è chiamato a rifiutare la logica di guerra e a vedere e vivere la politica come un’arte dell’incontro e del dialogo, piuttosto che come un campo di battaglia (scontro). La pace non è solo assenza di guerra, ma frutto della giustizia e della carità.
Il focus principale deve essere la dignità umana e il bene comune, non l’interesse di parte o la vittoria sul nemico. Di fronte alla polarizzazione, il cristiano opera per il dialogo, ascoltando l’altro e riconoscendone la dignità, anche in caso di divergenze profonde.
La politica non separata e scinde perché il discepolo di Cristo vive immerso nel modo anche se non è del mondo. Egli è lievito di un umanesimo nuovo. Il cristianesimo, pertanto, non è un’astratta teoria antropologica, né tanto memo un idealismo o, peggio, ideologica Wetanschouung. E un’esperienza spirituale, che, come tale, si traduce in postura esistenziale, in posizionamento storico, in soggettuale assunzione dell’oggettività, in personale responsabilità, in vissuto concreto, in paziente accettazione della contingenza, in immersione nell’intricata rete delle situazioni. «L’umanesimo contenuto nella Rivelazione», ha tutte queste caratteristiche. E provoca il cristiano a passare dalla sapiente descrizione del mondo alla sua efficace ed effettiva trasformazione. Egli porta nel dibattito politico i valori del Vangelo — come la fratellanza e la misericordia — senza cadere nel qualunquismo né nel clericalismo. L’impegno politico richiede un’attenta valutazione delle scelte, mettendo al centro la tutela dei più deboli (gli ‟ultimiˮ) e la difesa della vita. Come affermato il compianto Papa Francesco, il cristiano è chiamato a superare la logica del conflitto, operando per la pace come dono e impegno quotidiano, in un mondo in cui la politica rischia di essere continuazione della guerra a partire dal lessico. Purtroppo, invece la campagna elettorale, incastonata in questo tempo nel quale le informazioni continuamente prospettano paura e pessimismo respira un clima bellico e tutti percepiamo di stare vivendo uno dei momenti più incontrollati e drammatici della storia del mondo. Sembra che riaffiori il clima, raccontatoci dai nostri padri, d’inizio anni Trenta del secolo scorso e inoltre pare che la serenità che affiorava e cresciuta sin dalla fine della Seconda guerra mondiale venga meno e pare persino sia come spazzata via. Eppure, pare che non molti se ne rendano conto e pare che, pur se serpeggia un certo pessimismo generale e collettivo, l’influsso che tale scenario bellico condiziona e favorisce la crisi epocale – al di là dei singoli nodi problematici – che deteriora il mondo nella sua compagine sociale.
Inoltre, coloro che hanno le mani in pasta pare che vivano sugli allori e non impegna le loro energie per dare una svolta a tale andazzo e vivano in pieno letargo quanti si occupano della cosa pubblica, quanti si occupano di politica, propriamente detta.
Oggi è necessario che tutti, soprattutto i cristiani escano dal torpore e dalla sonnolenza, non è più tempo di restare a guardare perché fino a ieri, esisteva una stessa sintassi sociale e civica del dialogo. Purtroppo, oggi la preoccupazione aumenta perché si assiste ad una guerra verbale civica.
Mentre ieri chi si occupava della cosa pubblica lasciava intravedere il bene delle singole comunità o di un territorio o di un paese e guardava verso l’orizzonte il Bene comune.
In questa grammatica si iscriveva una sintassi capace di cogliere il bene nell’orizzonte del comune bene che non soffocava la dialettica e il confronto, persino l’avversario diventava costruttore di nuove prospettive. In verità non esista la contrapposizione fine a sé stessa e non si definiva l’avversario nemico. Dopo la Seconda guerra mondiale ci si è allenati, in un lento ma progressiva maturazione lessicale, a definire l’altro avversario cogliendo nel conflitto dialettico un’occasione, pur negli acerrimi scontri, elementi che poi diventavano fruttuosi segni di condivisione e rispetto reciproco che portavano a garanzia nuovi orientamenti legislativi, le quali mettevano a centro sempre la persona e il bene di tutti.
Così, nei rapporti internazionali, perfino la facente delle critiche del rapporto conflittuale tra il blocco socialista e quello capitalista erano gestite e controllate in base a questa grammatica comune. C’erano – a differenza di adesso – forti contrasti ideologici, visioni dell’uomo e della società opposte, ma tutti accettavano le stesse regole del gioco e chi cercava di violarle era costretto a farlo di nascosto, barando.
Oggi che non siamo più divisi dal conflitto delle ideologie, la perdita di questa grammatica ha determinato l’esplosione caotica e incontrollabile dell’arbitrio, che ci consegna alla hobbesiana lotta di tutti contro tutti. Ognuno pretende di stabilire le regole e, se è in grado di farlo, le impone agli altri. Il diritto coincide con la forza. In verità il diritto è sparito anche il pudore che spingeva a mascherare i propri disegni sforzandosi di farli apparire ‟giusti”. Ormai in politica nessuno si vergogna più di niente. E i fans di questo leader o di quest’altro leader viene celebrato per la sua imposizione e il suo predominio e non più per l’onestà e la ‟sincerità”.
L’Italia è stata uno dei principali laboratori di questo imbarbarimento dello stile politico con due grandi campioni di spudoratezza come Berlusconi e Bossi, i primi a permettersi un linguaggio e comportamenti che hanno rotto con la grammatica della politica e hanno aperto la via, nella Seconda Repubblica a un clima di violenza verbale – e non solo – impensabile nella Prima. Sono loro che hanno dato una impronta indelebile alla nuova stagione – culturale, prima che istituzionale – con le loro forti personalità, a cui sul fronte opposto, il loro maggiore oppositore, Romano Prodi, pur con tanti pregi, poteva essere soprannominato dai suoi critici ‟mortadella”.
Dove il problema non è stato il prevalere della destra o della sinistra, ma l’affermarsi di uno stile che ha stravolto il senso della politica, sia nei partiti di destra che in quelli di sinistra e la politica ha ridotto tutto a una personalizzazione estrema. Oggi in Italia e non solo, è in atto una definibile come una profonda crisi della forma-partito tradizionale a favore di una personalizzazione estrema.
Questo scenario, talvolta definito come ‟soggettivismo impariticioˮ o ‟politica dei personalismiˮ, sposta il fulcro dalle idee collettive alla narrazione dei singoli leader. Questo stile poi si sposta in una esasperazione dei nazionalismi e fa crollare il senso di unità nella diversità e mette in crisi la comunità e il sogno europeista.
In verità oggi è necessario un serio recupero della grammatica del dialogo politico, oggi spesso incomprensibile. In verità questo clima e questa situazione richiede una transizione dal linguaggio del conflitto permanente a una comunicazione basata sulla responsabilità e la chiarezza semantica. Le strategie chiave includono la valorizzazione dei termini corretti contro l’indifferenziazione aggressiva, la separazione tra fatti reali e retorica, e il ritorno al dialogo sociale.
Ma con il linguaggio attuale e questo stile aggressivo e prepotente la convivenza democratica, di per sé basata sulla diversità delle posizioni, si trasforma, a prescindere dai torti e dalle ragioni, in una permanente guerra civile. Ed è interessante notare che, sia sul fronte Palestina che su quello giustizia, i soli toni alternativi a quelli esasperati della destra non sono venuti dai partiti di sinistra, ben poco capaci di proporre modelli culturali diversi, ma dalla società civile, che ha saputo esprimersi per quanto riguarda il primo con le grandi manifestazioni di gennaio scorso, per il secondo con la battaglia capillare dei comitati, all’ultimo referente per il No, senza una visione del testo.
Il problema non è solo italiano, basti pensare alla presidenza senza regole di Donad Trump e soprattutto in questo secondo mandato, il presidente americano non ha l’aria di preoccuparsi minimamente di controllare il suo linguaggio e le sue prese di posizione. Pertanto, è necessario fare qualcosa e non si può restare a guardare e solo dispiacersi della situazione senza prendere posizione sia da liberi cittadini sia da credenti, perché non è più tempo di attesa dicendo: chissà come finirà, certo siamo in una situazione di caos e non sappiamo come finiranno le grandi crisi mondiali in corso.
Purtroppo, le forze cristiane dentro varie associazione laiche nemmeno in Italia stanno facendo qualcosa ma altri invece, come le forze in campo, si muoveranno in vista della non lontana scadenza elettorale, mentre da cristiani si sta a guardare. Ma il problema più importante, sia al livello internazionale che a quello nazionale, non è quello che si farà, ma come lo si farà. Quella che abbiamo oggi davanti, sia dall’una che dall’altra parte in campo, è la caricatura della politica.
Allora è necessario agire ed è urgente riattivare scuole di formazione socio-politica; oggi questa esigenza è avvertita come fondamentale per risvegliare le coscienze e promuovere la partecipazione attiva e colmare lo scarto tra la qualità della politica e le aspettative sociali. È necessario informare e formare al pensiero critico e alla responsabilità, è essenziale fare ciò per trasformare la società.
Non possiamo rassegnarci ma bisogna attivare scuole socio-politiche le quali non devono limitarsi a trasmettere nozioni tecniche, ma educare alla complessità, alla gestione della comunità e alla responsabilità. Direi che la dinamica dell’ascolto nello Spirito, tanto cara alla dinamica intra-ecclesiale – con le dovute proporzioni e differenze – va applicata alle scuole socio-politiche perché si possa fare esperienza d’ascolto vero e pieno. L’obiettivo sia stimolare la capacità di elaborare un pensiero proprio come dono all’altro per imparare a sottrarsi alla manipolazione emotiva dei social media e all’informazione superficiale. Aiutare i giovani a sviluppare e crescere con una cultura politica e democrazia. È cruciale insegnare il funzionamento delle istituzioni e le basi dell’etica pubblica, per permettere una partecipazione consapevole e superare il voto inconsapevole.
È necessario avviare scuole che siano luoghi d’incontro per discutere sull’attualità e riavviare e sviluppare la tensione ideale verso il bene comune.
Bisogna ripristinare una grammatica che ne sia all’altezza e che ci consenta di uscire dal caos dell’arbitrio e della violenza. È necessario lavorare per questo tutti. I credenti, i discepoli di Gesù, sanno che il regno di Dio non è ‟daˮ questo mondo o meglio non proviene da questo mondo; eppure, e per questo mondo perché Egli, Dio, ha tanto amato il mondo dà dare il suo Figlio, per il mondo. Inoltre, noi non siamo del mondo ma siamo in questa realtà, in questo mondo e siamo chiamati, ognuno nel suo ruolo, come discepoli di Gesù e come italiani e come cittadini del mondo a occuparci della politica.
Come ha affermato Papa Leone è urgente disarmare il linguaggio, per immettere il linguaggio della pace disarmata e disarmante a partire dal linguaggio. Solo così i conflitti potranno trasformarsi in confronto, limitando l’uso di metafore belliche ai soli casi di violenza reale, per evitare di applicare una ‟grammatica della guerraˮ a processi complessi.
È necessario il ripristino semantico e dare il significato preciso dei termini per descrivere le sfide attuali. Inoltre, va favorita una retta coerenza gestuale e verbale per recuperare l’armonia tra comunicazione verbale e non verbale (gestualità) per rendere il messaggio coerente e credibile, evitando la forzatura emotiva. In tutto ciò viene favorita l’etica e questa potrà dar vita ad una politica che potrà riappropriarsi del dialogo con la cittadinanza per passare dalla crisi del linguaggio ad un linguaggio armonioso che potrà favorire una svolta inaugurando una nuova stagione.
Sì, è necessario con forza una nuova politica di senso nuovo, intesa non più come semplice gestione del potere o degli slogan, ma come un progetto etico e di vita per la comunità.
