L’interesse per lo studio e la riflessione sulla dimensione politica e sociale, in Facoltà, ha origine lontane. Tale interesse è stato rafforzato, ultimamente, a partire dalla prolusione tenuta con un collegamento visivo il 16 ottobre del 2024, da papa Francesco. Egli l’ha impreziosita e spinta a rintracciare, nel tessuto sociale e nel solco dei martiri di questa terra, la luce per il futuro di questa Chiesa stessa. Infatti, nel suo intervento, augurava a tutta la comunità accademica d’iniziare nuovi processi formativi nell’orizzonte della dinamica sociale. Così si è espresso: “La facoltà, disegnata chiaramente da un forte orizzonte ecclesiologico, è chiamata ad offrire per il bene comune e la giustizia della gente di Sicilia, soprattutto gli ultimi, al crocevia di legalità e santità, avviando quei processi di formazione della coscienza credente e testimoniale da dentro la storia e in ascolto del fiuto della fede dell’intero popolo di Dio. Ecco perché il primo convegno che ha voluto, da dentro la storia, coglie la testimonianza credente e sociale di un martire di giustizia, ovvero Piersanti Mattarella.
Il convengo del 17 aprile scorso si è articolato in due giornate ed ha trattato la riflessione sulla sulla sua figura, sia come martire della legalità, sia come figura chiave per l’impegno dei cattolici in politica. Ad impreziosire l’evento, è stata la partecipazione del fratello, presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il quale è giunto a sorpresa, accolto dall’arcivescovo di Palermo, Mons. Corrado Lorefice, gran cancelliere della facoltà. La visita e la partecipazione del Presidente Mattarella ha testimoniato il legame profondo che la Facoltà vive tra la memoria storica e l’attualità del suo impegno formativo a beneficio del territorio, esprimendo una Chiesa che sa essere presenza viva nel tempo.
L’arcivescovo ha ricordato l’omicidio di Piersanti e ne ha sottolineato il valore innovativo, segnalando la sua ferma voglia di portare la testimonianza del Vangelo nella politica e nella società. L’arcivescovo in un passaggio del suo intervento, ha evidenziato che non basta ricordare il tragico attentato e guardare questi come un eroe, ma, come uomo di speranza. In lui bisogna cogliere l’impegno e l’origine di tale servizio che ha alimentato la sua esistenza, la quale è divenuta testimonianza di fede. Pertanto, è necessario guardare oggi a Piersanti come a un uomo che ha incarnato il senso ultimo della politica e questo l’ha fatto da cristiano. È stato impegnato in politica in prima fila, come diceva Zaccagnini «a causa della fede». Tutti noi abbiamo il dovere di cogliere la grandezza e lo spessore politico del suo impegno cristiano. Il compito di continuare a studiare il suo pensiero è un dovere etico e civile, oltre che credente, per non sciupare quanto è stato seminato nel solco della storia di questa terra dal suo sacrificio. Inoltre, l’arcivescovo continuava: “non perché i cristiani siano ‛diversi’ dagli altri, ma perché questi sono chiamati a riumanizzare la terra e a far sorgere dall’umano lo
splendore di Dio”. Di conseguenza, precisamente affermava: “Sono anzi convinto – come ne era convinto anche Dietrich Bonhoeffer – che «essere cristiano non significa essere religioso in un determinato modo […], ma significa essere uomini», essere umani fino in fondo. La vera formazione religiosa è «finalizzata a definire un rapporto virtuoso tra fede e storia, fede e mondo, fede e politica”.
A tal proposito, il prof. Agostino Giovagnoli, docente presso l’Università Cattolica del SD. Cuore,, nella sua relazione nella mattinata del venerdì ai giovani studenti del liceo, ha presentato Piersanti come colui il quale si lasciava alimentare dal Vangelo, e anche come la sua esperienza intellettuale e politica erano originati dalla stessa sorgente. La preghiera e la frequentazione eucaristica erano il suo motore. Piersanti fin da ragazzo si appassionò presto alle attività dell’AC, e ancora negli anni degli studi universitari, in giurisprudenza, alla Sapienza di Roma. L’AC fu quel gruppo ecclesiale e laico dal quale imparo a vivere tra la tensione spirituale e l’attenzione sociale. Egli, fin da giovane, decise di tesserarsi nella Democrazia Cristiana palermitana più per la sua appartenenza all’AC, che non per il fatto d’essere figlio d’arte — sotto il riguardo politico — del padre Bernardo. Quest’ultimo, era in quei anni, sodale di democristiani siciliani come Salvatore Aldisio e Giuseppe Alessi — con loro fondatore del primissimo nucleo della DC isolana, nel 1945 — e con esponenti nazionali, come Alcide De Gasperi prima; in seguito, come il giurista Giorgio La Pira; e come l’economista Pasquale Saraceno. Questi ultimi erano stati tra gli estensori del Codice di Camaldoli, nel 1945, e possiamo immaginare quanto dello spirito di Camaldoli trasmisero poi a Piersanti sia Aldo Moro sia Pasquale Saraceno, con i quali egli ebbe amichevole frequentazione.
Egli era un uomo di relazione, la sua amicizia con altri esponenti del movimento cattolico politico, divenne avvincente bacino di idee e strumento diffusivo del pensiero credente nel bacino politico della convivenza civile dell’epoca che contrastava il male, senza assunzioni di slogan, ma nell’operare e proporre leggi che promuoverá il bene comune. Nel 1977 in un suo discorso si evince come egli fece sua la lezione del magistero sociale e con seria e matura coscienza libera assunse l’atteggiamento critico al capitalismo che, se
condo lui, dovevano ispirare l’azione politica dei cattolici. A suo parere, ‟la moderna dottrina sociale della Chiesa – inaugurata appunto dalla Rerum novarum – rappresentava un richiamo non ad astratti principi dottrinali, bensì ad inquadrare la realtà [. . .] in una luce cristianaˮ. Queste parole prolunghino l’eco conciliare che Mattarella intercettava e rivelava.
Nel suo discorso, da me appena accennato, si evince l’eco della Gaudium et spes al n. 46. Difatti, questo documento conciliare, sancisce il criterio del sub evangelii luce: tutto ciò che si incontra dentro il vissuto è complesso perimetro della realtà sociale, le migliori speranze non meno delle più cocenti delusioni degli esseri umani, la loro gioia, così pure la loro angoscia, devono essere interpretate – perciò comprese e spiegate, affrontate e risolte – alla luce della rivelazione e facendo seriamente i conti con l’esperienza umana stessa, che l’umanità di Cristo Gesù ha assunto senza riserve e senza parzialità.
Dal convegno emerge che l’eredita di Piersanti può essere riassunta in una intelligenza strutturale, come egli affermava: bisogna avere le carte a posto. Le carte non intese nel senso stretto dei documenti, piuttosto nel senso più ampio del termine nella fatica, vivendo le relazioni con la legge, con le persone e l’ambiente. In una armonica realtà dell’essere a servizio, senza valicare e predominare, ma nell’essere a servire con competenza e dal ‟proprio postoˮ con tutti, ciascuno in un orizzonte del bene comune. L’idea di una strutturalità legale che per la sua struttura sia capace di garantire il rapporto con la legalità e la giustizia, strutturalmente garantita. Pertanto, la cattedra dedicata a Piersanti Mattarella, presso la Facoltà Teologica di Sicilia, mira a valorizzare il suo magistero sociale come esempio di sintesi tra fede, Vangelo e impegno politico. La sua vita, definita ‟cattedraˮ stessa, testimonia un’etica della responsabilità e della legalità contro la mafia. Essa nello studio vuole declinare, non una teologia della politica al genitivo, ma partire da una teologia incarnata: Propone una teologia viva che si sporca le mani nella storia, ispirata alla testimonianza di Mattarella. Desidera, a partire dalla ricerca e dalla testimonianza, favorire una buona politica. Pertanto, cerca di studiare la figura di Mattarella, come modello di “buona politica”, e altri martiri di giustizia, per lasciare riaffiorare quanto l’impegno dei cattolici nelle istituzioni, specialmente in contesti complessi, sia necessario affinché il lievito del vangelo fermenti la pasta buona della società.
Il Magistero del vangelo e della Chiesa, assieme al magistero dei testimoni possano armonicamente svegliare le coscienze addormentate dalla quasi rassegnazione e adeguamento. In tutto questo, l’iniziativa inquadra Mattarella come un ‟maestroˮ laico la cui testimonianza continua a ispirare la formazione di preti e laici.
