Dietro ogni scemo c’è un villaggio, è il titolo di un libro di Giuseppe Bucalo.
Parafrasando, potremmo dire che dietro ogni “lupo” c’è un villaggio, e per villaggio si può intendere anche “città”. Ma andiamo agli esempi pratici, vissuti, osservati.
Da qualche mese in un paese del centro Sicilia avvengono furti nelle case, c’è un indiziato speciale, non importa se è sempre lui o se si dice che sia sempre lui, importa dire che è un “lupo giovane” che ritorna.
Capita quindi di sentir invocare “la legge del taglione” o soluzioni sommarie, anche da chi non te lo aspetti, da chi ti aspetteresti se non misericordia, per lo meno un’analisi lucida. Sono solo sfoghi, magari, di fronte all’impotenza e all’esasperazione. Impotenza ed esasperazione che possono portare a reazioni inconsulte: è successo infatti che “il lupo giovane” è stato almeno un paio di volte malmenato e almeno in un caso ha riportato danni durevoli al corpo.
Era successo qualcosa di simile circa venti anni fa ad altri tre “lupi” giovani e vecchi (e chissà in quante altre località è successo e succede, ogni territorio è spicchio/specchio del mondo): un giovane – chiamiamolo Dario – che aveva subito ripetuti danneggiamenti al suo negozio, pur non essendo di facile tendenza alle risse e alle liti e neanche a farsi giustizia da sé, in quel caso “non ci aveva visto più” e aveva preso a botte due dei responsabili dei danneggiamenti al suo negozio, aveva anche accusato per strada i carabinieri di non sapere fare il loro lavoro ed aveva rischiato di essere portato in caserma per quelle accuse.
Questo per dire: il rischio di sfociare nella giustizia sommaria dipende anche dal vuoto di responsabilità delle autorità costituite.
Però Dario poi era andato a casa del terzo complice e si era arreso, il suo bisogno di vendetta aveva lasciato posto alla misericordia, perché aveva visto il degrado di quella abitazione. Questo mi ha fatto pensare a Danilo Dolci e alla sua analisi sui banditi siciliani degli anni ’50, analisi che troviamo ben sviluppata nel libro Banditi a Partinico, ma anche in tutta la sua opera umana e letteraria “socio-esistenziale”, come la definisce Antonio Fiscarelli nel libro su Danilo Dolci, lo Stato, il popolo e l’intellettuale (Castelvecchi, 2025).
I banditi, negli anni ’50, in Sicilia, attecchivano in un territorio particolare, in cui l’analfabetismo, la fame e l’abbandono dello Stato e delle istituzioni (che preferivano spendere miliardi per la repressione togliendoli ai fondi per le scuole e gli ospedali e purtroppo è tutto ancora molto attuale, mutatis mutandi) inducevano al banditismo i diseredati che così facendo che percepivano uno stipendio per dieci volte di quello che percepivano facendo i pescatori o i contadini.
Il territorio è quello di Partinico, non lontano da Castelvetrano e Montelepre, roccaforti del bandito Giuliano e nei decenni successivi di Matteo Messina Denaro, ma dovremmo parlare di un mutamento antropologico avvenuto in quei decenni e consigliare la lettura del libro di Carlo levi, Le parole sono pietre.
Però a chi subisce uno scasso in casa, di fronte alla paura e allo scoramento, non possiamo parlare troppo di storia e antropologia, anche se la storia e l’antropologia potrebbero aiutarci a capire e, anche, ad agire. Ma entriamo nel vivo della situazione.
Una coppia di signori è stata derubata, il marito dice: “Trentacinque anni fa non sarebbe successo”, alludendo al fatto che c’era un uomo molto rispettato che “faceva rispettare le regole”, poi quell’uomo è morto ammazzato nel centro della piazza principale, citato nel libro di Alfio Caruso, Da Cosa nasce cosa, storia della mafia dal 1945 ai nostri giorni. La moglie dice a sua volta: “Non dovremmo dirle però certe cose”.
Ecco, non dovremmo dirle certe cose, ma dovremmo dirne altre, per esempio che lasciare le cose così come stanno porterà a possibili vendette, alla “rovina” di qualcuno che magari colpirà ferocemente il “lupo giovane” e qualcuno finirà al cimitero e qualcun altro in gattabuia.
Allora qual è il bandolo della matassa? Qualche domanda forse potrebbe servire a districarsi: la merce trafugata nelle incursioni nelle case altrui dove va? A chi va a finire? Ci sono soggetti lontani o vicini che acquistano (e magari poi rivendono) la merce trafugata? Andiamo oltre.
Si parla delle responsabilità delle autorità, per esempio del Sindaco. Qualcuno dice che potrebbe fare delle azioni con le autorità provinciali di competenza, ma ancora, dopo qualche mese, non si vedono all’orizzonte tali azioni burocratiche, giuridiche. Ci sono motivazioni oggettive, forse, per questa “impotenza” diffusa?
Lasciamo pure questo territorio, o meglio, facciamo un salto indietro negli anni, recenti e meno recenti. In questo stesso territorio, c’erano altri due soggetti che “dominavano” ed erano temuti, agivano soprattutto nelle zone rurali, uno dei quali ha ispirato una mia canzone. Oggi non sono più temuti, ma al tempo in cui ho scritto la canzone, io ero nel cuore della zona “pericolosa”, ci abitavo, eppure, a chi mi chiede se non avessi paura, rispondevo… con la vita (e l’arte di vivere e di cantare?) di tutti i giorni. Qualcuno mi disse, dopo aver ascoltato la mia canzone: “Ti sei difeso dalla violenza con la poesia” o “Con la tua canzone tratti la delinquenza e la mafia come fossero caramelle”. Io ho sempre avuto paura, e ancora ce l’ho. Avevo paura anche di dormire da solo in una casa di campagna, fino a 25 anni fa, poi mi sono messo di impegno, a volte sono andato via di mattina presto scappando da un rumore (un topolino in cucina?), una volta ho chiamato un mio amico a mezzanotte per farmi venire a prendere (non avevo la macchina, non guido più da quasi 25 anni e mi sono fatto scadere la patente per togliere la tentazione).
Poi, dopo alcuni mesi di tentativi, non solo sono rimasto per un anno, estate e inverno, ad abitare in quella casa dove nessuno della mia famiglia, dagli anni ’70 in poi aveva mai dormito (dopo il restauro che l’ha resa abitabile e anche suggestiva); non solo ci ho fatto una casa teatro, ma mi ricordo che una volta, prima di iniziare uno spettacolo, c’era un cervo volante: molti scappavano o avrebbero voluto ucciderlo, io l’ho preso in mano e l’ho portato più lontano. Una donna in particolare rimase estasiata e mi diede del “San Francesco”. In realtà io non sapevo come fossi riuscito in quell’impresa, è stato qualcosa di spontaneo: a forza di abitare vicino a certe creature, ho familiarizzato con loro. Ora però usciamo dalla poesia, anche se questi aneddoti potrebbero dare qualche spunto per leggere e scrivere la realtà, il nostro rapporto con gli altri, con i “cattivi” (animali e umani), e così via.
Dieci anni fa abitavo in un paese della Liguria di Ponente, una perla del turismo ligure, in una Valle a pochi chilometri da Ventimiglia e da Bordighera. Stavo da Dio, convivevo con una donna e facevo lo scrittore accasato, avevo amici e non mi mancava niente (in quella fase lì forse, perché col senno di poi non era tutto rose e fiori). A volte, per arrotondare, andavo davanti il Castello Doria e cantavo con la chitarra chiedendo un’offerta libera ai turisti e vendendo qualche mio libro e qualche mio cd. A un certo punto venne un tale (chiamiamolo Strinzo), che abitava lì vicino, e cominciò a minacciarmi dicendo che dovevo smettere di cantare e dovevo andare via di lì. Da notare che io non ho mai cantato con amplificazioni per strada; quindi, lui che abitava ad almeno 50 metri (cantavo un’oretta a metà mattinata, quasi mai di pomeriggio, e non durò più di un mese, non lo facevo sempre in modo metodico), non aveva motivazioni oggettive per infastidirsi. Poi ho saputo che aveva malmenato turisti che passavano di lì in bicicletta, o gli tirava sassi e altre stramberie del genere.
Andai a parlare con il vigile e venne fuori questa storia: Strinzo abitava in una “casa del Comune” (quindi, fra le altre cose, non pagava l’affitto), aveva moglie e figli, assicurava un po’ di voti al Sindaco e, dulcis in fundo, faceva parte del Corpo della Protezione Civile loca. In una parola: era intoccabile.
Qualche anno dopo mi sono trasferito a Perugia, in Corso Cavour (abbastanza dignitosa come zona, praticamente centro storico). Anche lì c’era un tipo che minacciava e malmenava spesso abitanti del quartiere, a me andò bene perché un paio di volte tentò di infastidirmi, ma niente di che. Il quartiere era un po’ “ostaggio” di questo tipo. Vien da ridere, ma anche questo abitava in una “Casa del Comune” (tutte case di un certo livello, sia nel paese ligure che a Perugia, non case popolari in periferia, per intenderci). Un giorno vennero a prenderselo con un’ambulanza e lo portarono in una Casa di cura a Pescara, ma sapete cosa successe? Chissà come e perché, meno di due settimane dopo tornò a casa sua a Perugia. Dicevano che aveva delle coperture fra alcuni carabinieri della zona, tra l’altro in corso Cavour c’è una Legione dei Carabinieri. Io credo che sia vero quello che mi disse Alfonso, campano, da trent’anni a Perugia, e cioè che una città è morta quando non ci sono più pazzi per le strade.
Una volta c’erano molti più matti nelle strade e nelle piazze delle città e dei paesi, non so se fossero più o meno aggressivi dei pochi “spostati” o delinquenti di di oggi (o forse eravamo più capaci di conviverci?). La verità è che le città e i paesi sono morti, e questa è una tragedia ben più grande dei “disperati”, che, secondo qualcuno, terrebbero in ostaggio certi paesi o un quartiere di certe città (con complicità di alcune autorità, come abbiamo illustrato prima).
Giorgio Ruta ha scritto un bellissimo racconto dal titolo Don Filippu l’arrugnatu, che ho l’onore di aver pubblicato come uno dei primi libri delle Autoproduzioni Malanotte. In quel racconto c’è un personaggio, in realtà un uomo vissuto fino a trent’anni fa, appunto don Filippu, il quale stava in campagna, tornava la sera con la mula, aveva la barba lunga ed era molto incolto, non era offensivo, eppure molti bambini (nel racconto ci sono le scene descritte) lo inseguivano e gli tiravano pietre, perché, come spiega Giorgio, ridere di don Filippu e tirargli pietre era una “terapia sociale” (la stessa, mutatis mutandi, che fa l’artista, il clown, il poeta…).
Circa un mese fa ho parlato con Fabio, uno di quei bambini che tiravano pietre a don Filippu, adesso ha sessant’anni Fabio, e ha ammesso che lui e altri bambini facevano quei gesti “per ignoranza, per bambineria”. Però una volta Fabio ha rischiato grosso, perché don Filippu, stufo di subire, era tornato indietro e con una falce stava per colpire Fabio, che si era salvato per miracolo.
Ora, va beh, altri tempi: oggi viviamo in territori privi di ogni segno di comunità viva, è tutto finito? Però rimane ancora la paura del “lupo giovane”.
Se andiamo a vedere, il “lupo giovane” è cresciuto nell’indigenza, nella violenza domestica, nell’abbandono, ciò non giustifica, ma mi viene da aggiungere un elemento: quando io ero bambino, insieme a mio fratello e altri ragazzi, avevamo paura di un ragazzo che scendeva dai quartieri alti del paese perché ci picchiava. Quando lui arrivava, noi scappavamo, ma a volte qualcuno non riusciva a scappare e subiva qualche schiaffo da quel ragazzo.
Ebbene, il “lupo giovane” di oggi è un nipote, o per lo meno ha lo stesso cognome, di quel ragazzo di quarant’anni fa, forse ci sarà sempre qualcuno che fa paura, che “tiene in ostaggio” un territorio, fino a quando non prenderemo seriamente le parole di David Maria Turoldo: «E dunque andiamo anche noi, portati dall’amore, nelle case di chi ha bisogno; andiamo a far visita alle madri, a dare una mano ai poveri, agli umili. Andiamo per primi, interrompendo le nostre giornate di festa, e persino abbandonando la nostra casa amabile. Andiamo a servire, perché questa è la nostra missione, camminando dietro di lei, la Regina! (…) Tale è il nostro dovere, il primo fra tutti: servire. (…) Tutti – sacerdoti e re e blasonati – scendiamo dal cavallo, perché un uomo è abbandonato sulla strada (…) Bussiamo alle porte dei poveri, spinti avanti da Lui, quasi bisognosi noi stessi di comunicare una gioia che essi non possono conoscere altrimenti. Andiamo a portare la gioia e non l’umiliazione, la solidarietà di fratelli – come vuole ancora Paolo – nell’amore non finto, non nell’offesa di “benefattori”. Allora vedremo i poveri correrci incontro e salutarci come Elisabetta ha salutato Maria (…) I bambini, soprattutto, non avranno più le facce impaurite: perché concepiti nella speranza e nutriti di latte sereno. Forse non avremo più fanciulli “delinquenti”, come noi li chiamiamo».
Il passo riportato ora si trova nel libro Il sapore della Pasqua, una vita rinnovata, di David Maria Turoldo. Ieri sera l’ho preso in mano e ho aperto quasi una pagina a caso e ci ho trovato questo passo, all’interno del capitolo dal titolo Sulle orme della madre.
Mi viene quasi da piangere dalla commozione per queste coincidenze beatificanti, illuminanti e impegnative. E, mentre ricopiavo il passo del libro, pensavo a un libro di Alex Zanotelli, pubblicato trent’anni fa o forse più, dal titolo I poveri non vi lasceranno dormire. Zanotelli era amico di Turoldo, quindi… bisognerebbe leggere meglio e di più sia l’uno che l’altro, ma in quante parrocchie e quanti gruppi parrocchiali conoscono e fanno conoscere queste figure?
E in generale, già sarebbe un passo avanti conoscerli e riconoscerli, nel mare di letteratura, spettacoli, TV e giornalismo (e social), che riempiono il nostro immaginario di spazzatura, e ci rendono ciechi e matti, a prescindere dalle “paure” e dai “lupi” del momento o del periodo.
Per concludere, tornando all’inizio: nel paese in cui “domina” il “lupo giovane”, non dobbiamo dimenticare che, fino a dieci anni fa, c’era un Centro di accoglienza e aggregazione per ragazzi e famiglie di oppressi e di diseredati (oggi diremmo disagiati, ma voglio usare le categorie di qualche decennio fa, perché più precise e meno vaghe): solo che dieci anni fa ha chiuso e molti degli educatori si sono trasferiti a lavorare altrove, alcuni in un Centro di aggregazione fuori dalla Sicilia. Perché quel Centro è stato fatto chiudere? Ci sono responsabilità anche in quel senso, da parte della autorità politiche di allora? E perché, dopo quel Centro, non è stato aperto un altro tipo di struttura che fornisse quel tipo di servizio sociale? A gennaio di quest’anno è stato aperto uno Sportello di Ascolto per le Dipendenze nei locali della Caritas: forse darà un respiro alle richieste del territorio? Domande aperte, per risposte da non dare subito in modo “sommario”.
