“Ducezio personaggio di spicco della riscossa sicula nei confronti dei Greci invasori, grande uomo d’azione, eroe e diplomatico sensibile, abile condottiero, ingegno ‘preclaro’, apparteneva ad un’aristocrazia ormai ellenizzata. Le sue scelte politiche e le sue tattiche militari sembrano infatti imitare il comportamento dei tiranni che reggevano le sorti delle città greche della Sicilia, senza però suscitare l’opposizione del ceto popolare che anzi lo seguì e lo aiutò non rifiutandogli il suo largo e forte consenso che permise a Ducezio di fondare città e santuari”, dal testo ‘Ducezio e i Siculi’ di Mimmo Chisari facente parte della Collezione Sicilia Antica.
La prima impresa militare di Ducezio è la conquista di Catania (460 a.C.), che assedia assieme alle forze democratiche siracusane impadronendosene e facendo fuggire i mercenari, insediati da Dinomene figlio del tiranno Gerone (Gerone nel 476 a.C. con forzati trasferimenti di intere popolazioni aveva rifondato Catania col nome di Etna. “Le città greche, oltre ai Siculi, dovevano affrontare due pericoli più pressanti che rendevano precaria la loro esistenza: l’imperialismo dei loro stessi tiranni che sottomettevano interi centri sopprimendo e rimescolando a piacimento la loro popolazione e l’espansione cartaginese) i quali si rifugiano a Inessa ribattezzata Etna”, secondo lo studioso Mimmo Chisari.
Questa alleanza tra Ducezio e Siracusa, per altro di breve durata, fu resa possibile perché, dopo la crudele esperienza della tirannide e l’instaurazione del regime democratico, era obiettivo comune sia agli indigeni che ai sicelioti riappropriarsi di quelle terre che il tiranno Gerone aveva prima diviso ai nuovi coloni e ai mercenari, ritenuti da entrambe le etnie stranieri. In un secondo momento ottenne una grande vittoria anche nei confronti degli ultimi contingenti mercenari rimasti a Inessa, che da quel momento prenderà il nome di Etna, espellendoli definitivamente dalla Sicilia.
L’onda lunga dei suoi successi militari, sostiene il docente Mimmo Chisari, “continua con la conquista di Morgantina, (probabilmente il motivo della contesa doveva essere individuato nel fatto che Ducezio divise ai nuovi coloni quelle terre intorno alla città di Menenio che in parte erano possedute fino a quel momento dagli abitanti di Morgantina) nelle vicinanze di Aidone, e di Motion, probabilmente situata sulla sommità del monte Vassallaggi presso San Cataldo presidiata dagli eserciti di Agrigento”. Contro di lui la città di Agrigento chiese l’aiuto di Siracusa che, sentendosi minacciata più da vicino, intervenne energicamente con un suo forte esercito.
Questo cambiamento della politica siracusana che diventa filo-acragantina potrebbe essere dovuto all’influsso di alcuni gruppi oligarchici che assumono posizioni più radicali in direzione antisicula, mentre prima le forze indigene erano state strategicamente ritenute come un’arma da utilizzare contro la rivale Agrigento. Ducezio, con la rapidità del grande stratega, lasciato parte del suo contingente siculo all’assedio di Motion, rivolse l’attacco contro i Siracusani sconfiggendoli. Il movimento siculo si avvia, così, afferma il Chisari “ad acquisire una forte coscienza autonomistica e unitaria sotto la guida di un grande condottiero che, riconosciuto e acclamato come un vero capo carismatico, aveva dimostrato la forza della ‘compimento’ diventata un vero e proprio pericolo per le città siceliote, Siracusa, Gela e Agrigento.
Una serie minaccia soprattutto per la città aretusea che aveva attuato, durante il periodo dei tiranni, una politica di autorità sui Siculi e creato una classe di servi, che costituivano il ceto più basso della società siracusana: schiavi sfruttati, simili agli iloti spartani, per il lavoro dei fertili latifondi in mano agli aristocratici”. Nel 450 a.C. Ducezio, soverchiato dalle grandi forze della coalizione fra Agrigento e Siracusa che si erano rese conto del grande pericolo rappresentato dai Siculi non più frammentati in villaggi sparsi sui monti ma uniti da una fratellanza politica e religiosa, fu sconfitto nella cruenta battaglia di Nomài, località oggi identificata con quella di Monte Navone nella valle del Braemi tra il territorio di Enna e quello di Caltanissetta nei pressi di Montagna di Marzio. Ducezio, ritenuto supplice e rispettoso degli Dei da tutto il popolo siracusano poiché era stato trovato all’alba in ginocchio davanti al grande altare, che si trovava nel foro, per consegnare sè stesso e la sua terra ai vincitori, fu fatto prigioniero e, invece di essere condannato alla pena capitale, venne mandato in esilio a Corinto. A Corinto la sua indole indomita di condottiero lo spinge a solcare nuovamente il mare verso la Sicilia. Qui, sulla costa settentrionale dell’Isola, il leader siculo fonderà la città di Bella Costa (Kale Acte), dove morirà, forse, soppresso improvvisamente da una malattia nel 440 a.C. In questa ultima e straordinaria impresa è aiutato da alcuni coloni greci e da un gruppo di Siculi guidati da Arconide, signore degli Erbitei. Questa ultima impresa di Ducezio, variamente interpretata, sostiene infine il prof. Mimmo Chisari, “certo può essere meglio compresa se inserita nel contesto del nuovo antagonismo che va affermandosi in Sicilia tra l’egemonia di Siracusa e la politica di espansionismo verso l’Occidente di Atene. Sarebbe stata, in altri termini, una fondazione incoraggiata da Atene e giustificata a posteriori dalla storiografia greca come impresa vaticinata da un oracolo”.
