C’è una coscienza monumentale, una roccaforte inespugnabile e un muro immenso di contenimento che racchiude il tesoro della fede nella comunità a cui la prima lettera di San Pietro è destinata. Perchè così essa si esprime quando riporta: «quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo» (2,5); ed è come se ci si collocasse di fronte a tutto e a tutti con una consapevolezza talmente solida da sfidare l’urto e la rimozione in atto nel perimetro circostante: ovvero nella società civile in cui ciascun fratello e sorella vive la propria quotidianità e in cui prolifera la violenza. «Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa» (2,9).
Per quanto esse possano sembrare espressioni ampollose, stucchevoli e magari anche vuote, in realtà esse esprimono la ricchezza del tesoro della fede appunto con cui ciascun fratello e sorella è stato dotato come prima di un matrimonio che, secondo l’idea del profeta Osea, è quanto in realtà accade nel momento in cui ci si promette a Dio: «Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa» (2,10). Vivere al di fuori della comunità equivale a “non-vivere”, ovvero a centrarsi attorno ad un modo di considerare la libertà «come di un velo per coprire la malizia» (2,16), un paravento dietro il quale commettere il male, piuttosto che essere il bene ed esprimerlo sia dentro che fuori. Nella forza di questa barriera architettonica interiore, la vita di chi è chiamato da Cristo si sottrae alla costrizione dei propri schemi mentali per consegnarli invece al vangelo, al vissuto umano illuminato dall’esempio di Gesù Cristo, di fronte al quale il «velo» non ha motivo di esistere in alcun modo ed essere liberi significa “tornare in vita”: «Il Signore è lo Spirito e, dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà» (2Corinzi 3,17). «Questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all’ignoranza degli stolti» (2,15).
L’esempio di Gesù Cristo, per questa bellissima prima lettera di San Pietro, incoraggia la condizione di chi, all’esterno del perimetro ecclesiale, quindi nella società, subisce «afflizioni, soffrendo ingiustamente a causa della conoscenza di Dio» (2,19) diventando «erranti come pecore» e tuttavia si è «ricondottial pastore e custode delle vostre anime» (2,25): è un esempio che si riattualizza nella persona del successore di Gesù, alla guida della Chiesa, quindi in Pietro e in quanti dopo di lui hanno il compito di custodire i fratelli, secondo le stesse intenzioni di Gesù prima di essere arrestato: «io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Luca 22,32). È una presenza senza precedenti che soltanto il cristiano può ricevere a beneficio proprio e di quanti avranno a che fare con la sua missione.
È essenziale più che mai rinnovare la propria appartenenza ad una comunità custodita da chi ha ricevuto questo mandato specifico, soprattutto dal momento che tra le intenzioni portate avanti dalla Chiesa e, non ultimo, anche da Papa Francesco con la lettera enciclica Fratelli tutti, vi è quella di leggere le parole di Gesù per comprendere il senso delle parole di Gesù sul perdono, sulla pace e sulla concordia. «Quando riflettiamo sul perdono, sulla pace e sulla concordia sociale, ci imbattiamo in un’espressione di Cristo che ci sorprende: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa” (Mt 10,34-36). […] tali parole non invitano a cercare conflitti, ma semplicemente a sopportare il conflitto inevitabile, perché il rispetto umano non porti a venir meno alla fedeltà in ossequio a una presunta pace familiare o sociale. […] Siamo chiamati ad amare tutti, senza eccezioni, però amare un oppressore non significa consentire che continui ad essere tale; e neppure fargli pensare che ciò che fa è accettabile. Al contrario, il modo buono di amarlo è cercare in vari modi di farlo smettere di opprimere, è togliergli quel potere che non sa usare e che lo deforma come essere umano» (Fratelli tutti, 240-241). Far smettere l’oppressore, togliendogli il potere, vuol dire molto in un tempo flagellato da molteplici conflitti in diverse parti del globo; di riflesso, questa espressione ribalta la questione sulla figura di quei potenti che, anche all’interno delle comunità cristiane, si attaccano agli onori e ai titoli per vessare i fratelli e le sorelle come si trattasse di sudditi incapaci di pensare con la propria testa e di intendere con la propria sensibilità la parola di Gesù Cristo. Perciò la polemica sempre attuale contro i pastori tanto profonda e tanto arguta del profeta Ezechiele rimane un faro luminoso del senso della presenza di ciascuno nella Chiesa.
