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Annunciazione. Le parole dell’Angelo

Ritroviamo svariate versioni sul brano dell’Annunciazione (cf. Lc 1,26-38) nei testi poetici del secolo scorso. Scorrendo la poesia novecentesca sembra che l’Annunciazione alla Vergine Maria abbia sollecitato in modo particolare l’immaginazione dei poeti. Tale interesse si potrebbe spiegare anche a partire dall’accentuata presenza iconica nell’arte figurativa cristiana.
La parola poetica sembra raccogliere la sfida del segno pittorico. Questa affronta, con la sua peculiarità, un vero e proprio nodo simbolico mariano e mariologico.
Rispetto all’analisi fatta nei precedenti articoli nella rubrica “Maria è/e poesia”, nei testi che affronteremo non si tratterà più di tracce ma si avrà un approccio diretto ed esplicito alla figura della Madre di Gesù, colta nel momento in cui l’angelo Gabriele irrompe nella sua vita annunziando il volere divino e seguito dal tanto atteso fiat.
Al centro delle scene poetiche troveremo, allora, Maria e l’angelo. Sono entrambi protagonisti di un incontro a cui i poeti prestano le parole, ricalcando talune volte in maniera fedele quelle lucane o lasciando il campo libero alla creatività poetica, spesso con effetti sorprendenti.
È il caso del poeta Rainer Maria Rilke (1875-1926) nella sua poesia “Annunciazione. Le parole dell’Angelo”, poemetto pubblicato nel 1902 in una raccolta significativamente intitolata Das Buch der Bilder (Libro delle immagini). Rilke tornerà sul tema nel 1912, nella raccolta Das Marien-Leben (Vita di Maria).

Così recita il testo:

Tu non sei più vicina a Dio
di noi; siamo lontani
tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare a te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.

Sono stanco ora, la strada è lunga,
perdonami, ho scordato
quello che il Grande alto sul sole
e sul trono gemmato,
manda a te, meditante
(mi ha vinto la vertigine).
Vedi: io sono l’origine,
ma tu, tu sei la pianta.

Ho steso ora le ali, sono
nella casa modesta
immenso; quasi manca lo spazio
alla mia grande veste.
Pur non mai fosti tanto sola,
vedi: appena mi senti;
nel bosco io sono un mite vento,
ma tu, tu sei la pianta.

Gli angeli tutti sono presi
da un nuovo turbamento:
certo non fu mai così intenso
e vago il desiderio.
Forse qualcosa ora s’annunzia
che in sogno tu comprendi.
Salute a te, l’anima vede:
ora sei pronta e attendi.
Tu sei la grande, eccelsa porta,
verranno a aprirti presto.
Tu che il mio canto intendi sola:
in te si perde la mia parola
come nella foresta.

Sono venuto a compiere
la visione santa.
Dio mi guarda, mi abbacina…

Ma tu, tu sei la pianta.

Com’è noto, sia Maria che gli angeli hanno un posto privilegiato nella poesia rilkiana. Nel testo considerato il poeta va ben oltre il brano evangelico strutturando un lungo discorso che si snoda al ritmo, quasi a mò di ritornello conclusivo, “ma tu, tu sei la pianta”. In essa si condensa il riconoscimento di una distanza che separa lo stesso angelo e gli angeli tutti dalla straordinaria creatura a cui viene affidata la carne del Verbo eterno.
Rilke contrappone la grandiosità dell’angelo e del suo annuncio alla “casa modesta” di Nazareth, intrecciando i turbamenti di colui che porta l’annuncio, di Maria e degli angeli tutti. In questo incrocio di sentimenti turbati, il poeta annota che “forse qualcosa ora s’annunzia”, qualcosa che “in sogno” solo Maria comprende, diventando “la grande, eccelsa porta” del cielo. La Vergine Maria ancora tace, dinanzi a questi versi dominati da un annuncio non ancora pronunciato, appena sentito come un “mite vento” del bosco. Maria è pronta, attende, mentre l’angelo abbacinato dallo sguardo di Dio sta per compiere “la visione santa”. Lei, dunque, solo lei, è “la pianta” da cui sta per nascere una nuova storia, lei in cui la stessa parola dell’angelo “si perde … come nella foresta”.



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