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DON ROCCO TASCA Il 22 maggio l'ordinazione diaconale. Nostra intervista al salesiano di Gela

La mia famiglia? Il cortile salesiano

“Sento profondamente di non aver sbagliato la mia scelta”. Rocco Tasca, classe 1989, è felice. Sente di essere al posto giusto perché “questo sentimento – spiega e ribadisce – è un criterio per capire se siamo al posto giusto”. Il prossimo 22 maggio, per l’imposizione delle mani e della preghiera dell’arcivescovo metropolita di Messina, mons. Giovanni Accolla, riceverà il diaconato. “Dentro di me, sento tantissima serenità, felicità e gratitudine. È difficile esprime la gioia che sto provando in questo periodo, perché è veramente tanta”. Originario di Gela, figlio dell’oratorio san Domenico Savio, il trentunenne esprime, nel corso del nostro incontro, “felicità perché sta arrivando una tappa importante, nel momento opportuno e dopo tanti anni di cammino”. “Felicità – aggiunge – perché sono cosciente del fatto che il Signore mi sta facendo un dono immenso. Gratitudine, perché questa non è una conquista che sto raggiungendo con le mie forze, ma è un dono che Lui mi sta facendo nonostante le mie mille infedeltà”.
Rocco, partiamo da lontano. Raccontaci il cammino personale ed il percorso spirituale alla scoperta della tua vocazione.
“Ho vissuto la mia adolescenza nell’oratorio di Gela: quello è stato il luogo dove è maturata la mia vocazione, attraverso l’animazione, il servizio ai ragazzi e le varie attività formative che i salesiani proponevano. Ciò che mi ha fatto innamorare della vita salesiana era, ed è ancora oggi, lo spirito di famiglia che si vive in cortile. Così ho fatto il mio discernimento, ho iniziato il cammino di formazione salesiana in aspirantato e prenoviziato. Nel 2013 sono partito per il noviziato a Genzano di Roma, dove l’anno successivo sono diventato salesiano, emettendo i voti religiosi. Ho vissuto e lavorato con i confratelli in diversi paesi della Sicilia e oltre: Roma, Ragusa, Messina, Catania, Riesi e Alcamo. In tutti questi luoghi ho incontrato tanti giovani e famiglie cariche d’affetto nei miei confronti: di questo ho sempre ringraziato il Signore. Un affetto certamente rivolto a Don Bosco attraverso la mia persona di salesiano.
Certamente sono anni di formazione. Quanto e come ti hanno cambiato?
“In realtà non mi hanno cambiato – sorride Rocco – però mi hanno aiutato a maturare e a far prendere coscienza di quello che sono e di quello che dovrò essere. Mi hanno fatto scoprire che in me erano già presenti tanti doni che erano nascosti, e penso che tanti altri emergeranno ancora cammin facendo, perché la formazione è una dimensione importante nella nostra vita e non si ferma mai: in questo io ci credo molto.
Sul tuo profilo social campeggia questa frase: “Sogno di essere me stesso”. Ci aiuti a dare una chiave di lettura a queste parole?
“È una frase che richiama Cristo, perché Lui nel momento dell’incarnazione ha reso più bella la nostra umanità e l’ha resa divina, e per questo motivo io sogno ogni giorno di essere sempre più me stesso, perché io senza di Lui non riesco a far nulla”.
Al centro del tuo cuore don Bosco e un ideale di chiesa che metta al centro la persona. Come pensi di dover lavorare in collaborazione con gli altri confratelli e con i laici?
“Mi piace la Chiesa vicina alla persona, che pone la pone al centro, guardandola con occhi carichi d’amore, proprio come ha fatto Cristo, e la aiuti a ricercare la via della salvezza. Una Chiesa che è amica e madre, in cui ci si prende cura di ciascuno e che aiuti i giovani accompagnandoli nella loro crescita integrale”.
Tra poco meno di una settimana sarai ordinato diacono. Quali pensi debbano essere le virtù fondamentali per essere un buon diacono, quindi un buon prete?
“La prima virtù che forse racchiude tutte le altre è l’amore. Perché ogni volta che non capisci qualcosa di coloro che ti stanno intorno, puoi sempre amarli. Quando pensi con l’ottica dell’amore, non sbagli mai, perché l’amore non conosce sconfitta. La seconda è lo spirito di servizio, essere a servizio di tutti, senza mai giudicare nessuno”.
Rocco, un’ultima domanda anche se è scontata, so già la risposta. Ma te la faccio lo stesso. C’è una immagine ideale di prete a cui vuoi ispirarti e perché?
“Questa domanda è molto facile per me”, sorride. “È l’immagine Don Bosco, che ha sua volta è immagine di Gesù Buon Pastore. Perché lui è stato quel sacerdote che aveva di mira il bene di ogni singolo giovane, lo amava dal primo istante che lo incontrava e lo aiutava a formarsi come buon cristiano e onesto cittadino. Mi ha sempre colpito una frase di don Bosco: “Fa’ che tutti quelli con cui parli, diventino tuoi amici”, perché non escludeva nessuno, e non giudicava mai nessuno dall’apparenza”. “Grazie per questa opportunità – chiosa Rocco -. Ho una domanda io per voi, posso farla?”. “Vi invito a pregare una Ave Maria per me e per tutti quei giovani che sono in discernimento nella loro vocazione”. Glielo assicuriamo. 



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