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Maria è/E Poesia

Prescindendo dalla contestualizzazione storico-critica degli autori che prenderemo in considerazione, in questo articolo e nei prossimi, avanziamo la “pretesa” che il testo stesso abbia in sè la forza di dire le sue ragioni. Questo è possibile nel momento in cui si evoca nel suo totale significato e si analizzano i suoi passaggi linguistici ed espressivi alla luce di ciò che a noi interessa: rintracciare il legame tra la mariologia e la poesia all’interno degli stessi testi poetici ricordandoci che le poesie non sono testi teologici e quindi prettamente mariologici ma da esse scaturisce una marianità impregnata di mariologia che parla della Madre di Gesù anche se il campo non lo richiede e non lo necessita.

La poesia che analizzeremo in questo breve articolo è “La Madre” di Giuseppe Ungaretti (1888-1970).

Nel primo testo leggiamo:

E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra 
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’Eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto, 
e avrai negli occhi un rapido sospiro
”.

La poesia è stata composta dal poeta nel 1930 e fa parte della raccolta “Sentimento del tempo”. In questa raccolta vi è un passaggio di tematiche. L’autore focalizza la sua attenzione su temi esistenziali come lo scorrere del tempo, la morte, la solitudine, il sentimento di pietà e la fede cristiana che aveva recuperato, tralasciando le tematiche della guerra. L’ispirazione creativa, in Ungaretti, non è più originata da una folgorazione immediata legata al vissuto del momento ma è frutto di una profonda meditazione sull’uomo e sul senso misterioso della religione e della vita.
Dal testo di Ungaretti si nota come la figura della madre sia ipostatizzata, potremmo dire anche verticalizzata. È una madre che acquista spessore non solo in altezza ma anche in distanza, una distanza che diventa quasi sacra e che si pone oltre il “muro d’ombra” che separa i vivi dai morti. Questo le permette di elevarsi come “una statua davanti all’Eterno” e di essere Madre dell’oltre-spazio e dell’oltre-tempo, quindi vicina alla Madre celeste, e come lei “avvocata” per il figlio peccatore che si trova a vivere ancora sulla terra. È lo stesso autore che immagina la scena postuma alla sua propria morte e a collocarvi la figura materna. A questa viene affidata, potremmo dire, una funzione vicaria nell’implorare il perdono divino dei propri peccati. Una luce dell’alto dei cieli filtra la relazione affettiva tra la madre e il figlio e fa risaltare l’amoroso duello tra la madre e il Padre (eterno), che ha nel figlio un testimone-destinatario muto e nella salvezza finale la posta in gioco. Rimane sospeso il “rapido sospiro” materno, in esso si consumano insieme la gioia del perdono ottenuto e la memoria di una lunga, seppur non temporale, attesa.



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