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Spigolature storiche

Guardando alla geografia della nostra Diocesi, la città episcopale di Piazza Armerina si trova quasi al centro, equidistante, potremmo dire, dagli estremi nord e sud, anche se le strade non sempre consentono un viaggio abbastanza “comodo” verso il centro geografico della nostra Chiesa particolare. Indubbiamente, dovendo recarsi a Piazza Armerina, da qualunque direzione si venga, ad un certo momento compare, maestosa, la “fabbrica” della nostra bella Basilica Cattedrale dedicata a Maria Santissima delle Vittorie, dove si trova la “Cattedra” del Vescovo, il simbolo dell’apostolicità della nostra Chiesa particolare riunita attorno al suo pastore in comunione con il Papa e la Chiesa Universale. Ma molti sconoscono la ricchissima storia civica, ecclesiale ed architettonica della nostra Cattedrale. Potremmo dedicarvi diversi abbozzi in queste righe. L’enorme mole della fabbrica seicentesca che ammiriamo oggi la cui fattura è stata oggetto di un lungo ed impegnativo cantiere durato dal 1628 al 1767, su progetto di Orazio Torriani, con la sua cupola coperta di piombo, racchiude una storia davvero singolare raccontata con acuta scientificità in un testo del 2010 di Domenica Sutera per la casa editrice Lussografica. Chi conosce un po’ la storia civica ed ecclesiale di Piazza Armerina, scorge la grande influenza avuta dalla famiglia Trigona. In modo particolare bisogna andare alla data del 15 giugno 1598 quando il notaio piazzese Giuseppe Palermo sottoscrive il testamento del barone Marco Trigona che nomina la chiesa madre di Piazza erede universale delle sue sostanze. Il barone, mentre eleggeva il tempio maggiore della città come luogo della sua sepoltura, la coinvolgeva in una grandiosa riforma di ampliamento ed ammodernamento architettonico destinato a convogliare la devozione verso il sacro vessillo della Madonna delle Vittorie. Il barone aveva ideato e sancito nel lungo scritto testamentario un’articolata macchina burocratica per l’amministrazione della chiesa madre, che aprirà una lunga stagione di consulenze progettuali. L’organigramma prevedeva la presenza di due fidecommissari esecutori con piene facoltà decisionali, il cancelliere che aveva il compito di rendicontare e custodire le carte patrimoniali, il tesoriere che custodiva le rendite e un “controscrittore” chiamato a comprovare la correttezza delle procedure e l’autenticità delle carte. Gli stessi fidecommissari svolgevano il loro incarico per tre anni per poi essere sostituiti con una procedura elettiva che coinvolgeva i guardiani dei conventi francescani di Piazza Armerina e la giunta municipale. Trigona aveva dunque fortemente voluto coinvolgere la città nella realizzazione del monumento che, oltre ad essere il suo mausoleo, lo legava indissolubilmente alla memoria cittadina. Il testamento ricevette anche un’approvazione pontificia con bolla di Clemente VIII del 3 ottobre 1603 ed anche dei regolamenti per il funzionamento amministrativo della macchina burocratica, norme che furono approvate dal viceré nel 1605. Un dato molto curioso viene fuori dal testamento: che lo stesso raccomandava che non vi fosse nessun controllo o intervento ecclesiastico nell’amministrazione del patrimonio, segno di una specifica volontà di rendere quanto più “cittadino” e “civico” l’identità del tempio maggiore della città ma, in realtà, successivamente, i vescovi di Catania fecero opportune costituzioni per il disciplinamento della vita della grande “fabbrica” piazzese.



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