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Paul Cladel

La morte è lo scandalo più grande che la nostra umanità si ritrova a vivere, una domanda a cui si stenta a dare una risoluzione, una pietra d’inciampo per ogni cercatore di senso. Che arrivi dall’uomo, uccisore del proprio fratello come Caino, o dalla Natura che non si mostra  madre amorevole ma matrigna, lascia sulla terra, in maniera inesorabile, una scia di sangue nella quale si riconosce sempre quello che scola dalla croce di Cristo, accanto alla quale sta la Madre sua, che ha già incontrato il figlio sulla via dolorosa, come ognuno di noi nell’ora delle nostre morti, materiali, morali e spirituali. 
           Nella poesia del secolo scorso varie volte riscontriamo il tema della morte associato a quello della Madre di Gesù. Varie testimonianze attestano l’attenzione a tale tema. Pensiamo ad esempio a  Paul Claudel (1868-1955) con “La via crucis” e a David Maria Turoldo (1916-1992) con “Stabat Mater”.

            Paul Claudel, poeta, drammaturgo e politico francese, scrivendo sulla via crucis, riguardo la quarta stazione così si esprime:

La quarta stazione è Maria, che tutto ha accettato.
Eccola qui, all’angolo della strada,
ad attendere il Ricco d’ogni povertà.
I suoi occhi sono vuoti di lacrime,
la sua bocca è senza saliva.
Non dice una parola e guarda Gesù venire.

Ella accetta.
Accetta, ancora una volta.
Il grido strozzato in gola,
l’urlo è contenuto nel cuore forte e torchiato.

Ella non dice parola e guarda Gesù:
la Madre guarda il Figlio, la Chiesa il Redentore.

La sua anima si slancia a lui con violenza,
come il grido di un soldato morente.
Sta ritta davanti a Dio e gli dà a leggere la sua anima,
aperta come un libro.

Non c’è nulla nel suo cuore che si rifiuti o s’arrenda.
Neppure una fibra, nel suo cuore trafitto,
che non accetti e consenta.

Come Dio stesso che è là, ella è presente.
Ella accetta e guarda il Figlio che ha concepito nelle sue viscere.
Non dice nulla e adora il Santo dei Santi.

Nel testo del nostro poeta è alla quarta stazione che troviamo la presenza di colei che ha accettato ogni cosa, che all’angolo della strada attende il «Ricco di ogni povertà». È un dolore inesprimibile, come tante volte è il nostro, che non possiede nemmeno il pianto e la saliva. Un grido si innalza da questo dolore che viene severamente represso nel cuore forte e stretto. L’accettare l’agonia del Figlio amato le da la capacità di mantenere la postura verticale muta, che le dona la capacità di guardare il Figlio, allo stesso modo della Chiesa nei riguardi del suo Redentore. Maria è colei che nella posizione eretta sta davanti a Dio affinché gli continui a leggere la sua anima. Siamo di fronte alla donna che possiede la pura obbedienza perché «Non c’è nulla nel suo cuore che si rifiuti o s’arrenda. Neppure una fibra, nel suo cuore trafitto, che non accetti e consenta». La sua è pura presenza, puro sguardo. Guarda colui che aveva concepito nel suo ventre, a cui aveva dato la carne, i suoi tratti somatici rimanendo in silenzio. Dinanzi al dramma della passione, in Maria si manifesta la perfetta sintesi della fedele discepola e della madre, della donna che ha creduto e della donna che ha concepito rimanendo sospesa tra il dolore materno che spinge la sua anima ad andare con forza verso il Figlio agonizzante e a contemplare immobile il «Santo dei Santi».



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