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Fede e cremazione sono conciliabili?

La società di oggi tende a esorcizzare la morte e se da un lato i cimiteri ricordano il limite umano più grande in quanto esseri umani dall’altro le tombe, che conservano le spoglie dei nostri cari, hanno lo scopo di rappresentare uno strumento rafforzativo del nostro legame con i parenti e gli amici che non sono più in senso fisico. Eppure la Persona, per il cristiano, vive e vive in Dio. San Paolo nella lettera ai Corinzi afferma che: «Quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli» (2 Cor 5,1). Inoltre fa eco a San Paolo la liturgia la quale nel prefazio dei defunti recita: «la vita non è tolta ma trasformata». Ovviamente la «certezza di dover morire ci rattrista» eppure l’uomo sa di essere fatto per la vita, per questo cerca in ogni modo di prolungarla e di migliorarne le condizioni e considera la morte, con le malattie che la annunciano, i suoi prodromi, i dolori e le separazioni che comporta, come una sconfitta e una frustrazione. Afferma in proposito la Gaudium et Spes al n. 18: «In faccia alla morte l’enigma della condizione umana diventa sommo. Non solo si affligge, l’uomo, al pensiero dell’avvicinarsi del dolore e della dissoluzione del corpo, ma anche e, anzi più ancora, per il timore che tutto finisca per sempre. Il germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile com’è alla sola materia, insorge contro la morte. Tutti i tentativi della tecnica, per quanto utilissimi, non riescono a calmare le ansietà dell’uomo; il prolungamento della longevità biologica non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore che sta dentro invincibile nel suo cuore».
Cristo, Figlio del Dio vivo, con l’incarnazione si è fatto solidale con la nostra condizione mortale e morendo ha condiviso la morte di tutti gli uomini. Egli ha pianto dinanzi al sepolcro dell’amico, egli stesso ha avuto paura, sino a sudare sangue, la notte della passione, ed ha sperimentato la solitudine della morte ignominiosa della croce e, esalando l’ultimo respiro, ha gridato l’angosciosa sofferenza. Ma egli, consegnandosi liberamente alla morte per amore del Padre e degli uomini, ha vinto la morte ed è divenuto causa di risurrezione e di salvezza eterna per tutti coloro che credono in lui. In Cristo rifulge la speranza della beata risurrezione. La morte dunque per il cristiano non è la fine della vita, ma la sua trasformazione. Certamente il corpo, abitazione terrena dell’uomo, va incontro al disfacimento, in breve tempo di esso non resterà che un pugno di cenere – per questo i cristiani non hanno paura della cremazione, anche se preferiscono l’inumazione. La disposizione della Chiesa che proibiva la cremazione, ormai non esiste più. È vero anche che, in realtà non ha mai condannato la cremazione in quanto tale, ma l’ideologia anticristiana che portava al suo seguito. Infatti, anche nell’antichità, in caso di pestilenze o guerre, dove la sepoltura dei corpi costituiva un vero e proprio problema, la Chiesa ha sempre ammesso la possibilità che i corpi venissero cremati. Pertanto va chiarito che la fede cristiana e la cremazione sono conciliabili. Infatti la Chiesa non ha mai affermato che tale pratica non fosse compatibile con l’immortalità della Persona.
Il 25 ottobre del 2016 la Congregazione per la Dottrina della fede ha chiarito che non è vietata la cremazione ma la dispersione delle ceneri dei defunti ‟nell’aria, in terra o in acqua o in altro modo” né la loro conversione ‟in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti”, e, ribadendo ‟le ragioni dottrinali e pastorali per la preferenza della sepoltura dei corpi” ricorda che per la Chiesa da decenni la cremazione del cadavere ‟non è vietata” poiché ‟non tocca l’essere della persona (l’anima) e non impedisce all’onnipotenza divina di risuscitare il corpo. La cremazione di un cadavere non è di per sé negazione della fede cristiana ma per la Chiesa resta ‟la preferenza della sepoltura dei corpi”. Lo indica la nuova ‛Istruzione’: Ad Resurgendum cum Christo della Congregazione per la Dottrina della Fede nel documento che è stato approvato il 18 marzo del 2015 da Papa Francesco. Salvaguardando la sepoltura sia delle ceneri come del corpo il credente consegna il corpo, – integro o già ridotto in cenere in quando cremato, anticipando solo il tempo – all’abbraccio della madre terra – la quale viene come stimolata, se cosi si può dire, dalla sacralità dell’uomo a continuare il suo cammino, inaugurato dalla Pasqua di Cristo, verso i cieli nuovi e terra nuova di cui parla l’Apocalisse. (cf. Ap. 21,1-2; 2Pietro 3:13-14). In altri termini è Cristo che dà senso alla morte. Grazie a Lui la morte ha un significato positivo. «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21). «Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui» (2 Tm 2,11). Qui sta la novità essenziale della morte cristiana: mediante il Battesimo, il cristiano è già sacramentalmente «morto con Cristo», per vivere di una vita nuova; e se noi moriamo nella grazia di Cristo, la morte fisica consuma questo «morire con Cristo» e compie così la nostra incorporazione a lui nel suo atto redentore: Nella morte, Dio chiama a sé l’uomo. Per questo il cristiano può provare nei riguardi della morte un desiderio simile a quello di san Paolo: «il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo» (Fil 1,23); e può trasformare la sua propria morte in un atto di obbedienza e di amore verso il Padre, sull’esempio di Cristo. Perciò anche dinanzi alla morte delle persone più care, si vive, per certi aspetti, una sorte di tirocinio della propria morte, così che il cristiano trova ragioni per rendere grazie al Signore della vita, associandosi al canto degli angeli e dei santi. E trova stimoli per impegnarsi a combattere i segni di morte che sembrano dominare la scena del mondo, e per anticipare, spargendo nei solchi della storia segni di speranza e ricercando ciò che è buono, vero, bello, dona pace e gioia, il giorno in cui la morte non ci sarà più, e con essa scompariranno lutto, lamento e affanno, e Dio stesso tergerà ogni lacrima dagli occhi dei suoi figli.



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