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Linguaggio e realtà: un'analisi

Il nuovo alfabeto della Pandemia

Le parole nascono dalla realtà o la creano? La filosofia del linguaggio indaga il complesso meccanismo del linguaggio umano e della comunicazione, mettendo insieme pensiero, realtà e modalità linguistica. Il libro della Genesi, seguendo la grande tradizione del vicino Oriente Antico, vede nel nome un principio di relazione e di identità.

È Adamo infatti a dare il nome alle cose create (Gen 2, 19-20), ed è lui – luogotenente del creatore – ad avere questa unica prerogativa sulla creazione.  È interessante notare come per la sensibilità biblica il nome sia il principio della realtà e l’inizio di ogni relazione. Il filosofo austriaco Wittgenstein postulò una vera e propria teoria del linguaggio avendo due linee direttrici: il mondo come totalità dei fatti e  il linguaggio come totalità di proposizioni che significano i fatti stessi. Del resto, come suggeriva la teoria memetica di Richard Dawkins, le parole si comportano in maniera non molto diversa dai virus: e così, complice il fatto che l’argomento pandemia ha per mesi monopolizzato i canali di informazione, ecco che termini che fino a ieri raramente uscivano dall’ambito specialistico hanno preso a circolare sulle bocche di tutti.

Anche in questo tempo complesso,  la realtà  – nello specifico quella dell’emergenza sanitaria – sta imponendo il proprio alfabeto su altri aspetti della vita, facendoci compiere quel balzo di piani che dice l’interconnessione tra parola e realtà. Il termine contagio, per esempio, lo troviamo dal comunicato numerico della Protezione Civile dei positivi al Covid19, all’esortazione di Papa Francesco a lasciarci “contagiare dall’amore”.

Se da un lato ciò rivela la complessità semantica di ogni termine, dall’altro dice la necessità da parte dell’uomo di vedere in ogni termine – fosse il più drammatico – sempre e comunque un collegamento con la vita e la speranza. Proviamo a declinare alcuni termini che, forse anche involontariamente, stiamo sentendo quotidianamente e che abbiamo fatto entrare  nel nostro linguaggio ecclesiale. 

Virus: se digitiamo questo termine su Google, Wikipedia ci da seguente spiegazione “gruppo di organismi, di natura non cellulare e di dimensioni submicroscopiche, incapaci di un metabolismo autonomo e perciò caratterizzati dalla vita parassitaria”. Per i Padri della Chiesa Orientali il peccato era da considerarsi un virus che entrando nell’organismo della vita spirituale dell’uomo lo conduceva alla morte, ed ecco che i sacramenti venivano visti come medicina e Cristo come il Medico celeste.

Nell’epoca dei Padri erano tante le pestilenze e le epidemie ed è interessate come la loro teologia sul peccato non prescinda da esempi concreti tratti dal loro tempo storico, così come le immagini trasmesse dalle parabole di Gesù. L’operazione linguistica che sta compiendo Papa Francesco  quando dice che “è l’egoismo indifferente il virus peggiore”, si inserisce all’interno di questa tradizione e rimette la teologia e la vita spirituale a contatto con la vita, anzi, chiede alla vita il vero alfabeto per dirsi e raccontarsi. 

Pandemia: il termine rimanda alla rapida diffusione di un virus e ci fa ricomprendere come “tutti coinvolti”, come parti di un corpo unico e interconnesso. Se siamo tutti coinvolti, ecco che è necessario ripartire come Fratelli tutti (ultima enciclica di Papa Francesco) avendo a cuore il bene di tutti e custodendo la realtà creata come responsabilità di tutti (tematica affrontata nella seconda enciclica Laudato si). Il Papa parla della disuguaglianza come di una  Pandemia e la paragona ad una vera e propria malattia sociale. “Prendendo in prestito” un termine sanitario, si ha la possibilità di riflettere su un aspetto che abbiamo sotto potere di click nella sindrome di Amazon (tutto e subito e in qualsiasi momento) ma che non sempre riusciamo a capire.

Ogni cosa che acquistiamo è legata ad altre azioni e ad altre persone che l’hanno realizzata; il prodotto finito è solo l’ultimo passaggio di una lunga filiera, così come la catena dei contagi rivela le varie interconnessioni relazionali che si evolvono dal “paziente zero” in poi. A partire dal significato di Pandemia come “interconnessione e rapida diffusione di un virus”, il Papa parla – con le stesse dinamiche (interconnessione e rapidità nella diffusione) – della realtà antropologica evidenziandone limiti e possibilità.

Giovanni Paolo II preferiva la categoria del “peccato sociale” come “dinamica di morte che attiviamo e che si trasformano in vere e proprie strutture”. Ecco il consumismo eccessivo che sta consumando in pochi decenni le “riserve naturali” di molte materie prime facendo surriscaldare il pianeta e stravolgendo, di conseguenza, l’ecosistema di molte specie animali. Ogni comportamento innesca sempre una serie di conseguenze.

Le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre”: sono le parole di Francesca Serio, la madre di Salvatore Carnevale, il contadino ribelle assassinato dalla mafia a Sciara nel 1951, che danno il titolo al diario di tre viaggi di Carlo Levi,  compiuti  in Sicilia tra il 1952 e il 1955.

Le parole sono pietre e le pietre possono essere utilizzate per costruire muri e anche per uccidere, se la Pandemia ci sta obbligando a considerarci legati intimamente e fragili, desiderosi di libertà e di una semplice passeggiata nel cuore della notte senza nessun motivo ma solo per il gusto di ammirare le stelle, significa che dobbiamo realmente ripartire dal considerare prezioso ciò che spesse volte sprechiamo. Le parole non sono pietre, in questo tempo di distanziamento fisico imposto, immaginiamole come mani che possiamo alzare per accarezzare ed abbracciare, consolare e incoraggiare.

“Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti” così dice Michele nella commedia di Nanni Moretti Palombella rossa del 1989. Il problema è che non riusciamo più riscrivere le parole e continuiamo a cercare su frasimania.it parole artificiali preconfezionate, anche per fare gli auguri di compleanno ai propri genitori.

*Rettore del seminario vescovile di Piazza Armerina



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