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Piazza Armerina, laboratorio di lettura in seminario

Come costruire la grammatica degli autori

Lo scopo è quello di intercettare l’assoluto nell’inquietudine delle parole degli uomini. Il Padre rivelandosi nel Figlio come Parola incarnata, rischia di farsi fraintendere dalla declinazione delle parole umane, da quell’eco che si riverbera nelle voci degli uomini, eppure corre tale rischio e si “frantuma” come logoi spermatokoi e semina verbi. Metterci in ascolto delle parole degli uomini – in ogni loro forma espressiva, dalla poesia alla letteratura, dalla cinematografia alla musica – equivale ad un vero e proprio esercizio di decifrazione della rivelazione del divino nell’umano.
Quest’anno a motivo delle restrizioni dovute alla Pandemia in corso, non si potrà andare al Teatro Massimo e di conseguenza mancherà quell’aspetto per me importantissimo del confronto con il linguaggio artistico e il teatro, ed ecco che si è pensato di organizzare un vero e proprio laboratorio di lettura a partire da testi di letteratura per lo più contemporanea. Di ogni autore si potrà costruire una vera e propria grammatica che, in modo del tutto particolare, porta alla nascita di una lingua inedita con cui si rileva l’uomo e Dio stesso.
Nei romanzi che i seminaristi saranno invitati a leggere e a presentare agli altri avviando un lavoro laboratoriale, si troveranno parole che raccontano vissuti, domande irrisolte, inquietudini che mettono in luce le nostre stesse trame antropologiche e che chiedono ascolto e cura. Parole di cui i nostri giovani e noi stessi siamo alla ricerca, affamati di un linguaggio che non riporti solo tecnica e dati ma che ci introduca ad una condizione che cammini a fianco con l’irrisolto. Questo aspetto è fondamentale per un candidato agli Ordini; da preti infatti si ha la tentazione dell’essere tuttologi e pronti a dispensare ricette magiche o parole di consolazione preconfezionate della stessa portata delle frasi dei baci perugina.
Stare sull’irrisolto e sulla domanda di senso, ci educa all’umiltà dell’ascolto e senza l’ansia di trovare schemi dove inserire il “fattore vita”.  Il domenicano francese Jean Pierre Jossua, parlando di “teologia letteraria” metteva in risalto due convinzioni: il rispetto dell’autonomia della letteratura e degli autori e la possibilità, per la teologia, di imparare qualcosa dalla frequentazione dei testi letterari. Si correre il rischio di “battezzare” gli autori, cioè analizzare i testi per poter poi supporre una appartenenza, più o meno consapevole, al pensiero della Chiesa.
La possibilità che possiamo avere dal linguaggio letterario è quello di dare alla teologia un alfabeto più vicino alla vita reale delle persone, verificare se davvero ciò che “facciamo” come Chiesa passa nelle dinamiche concrete degli uomini e nella loro sana inquietudine di ricerca di senso.
I libri che avremo modo di leggere spaziano da Vino e Pane di Ignazio Silone alle Lettere a un giovane poeta di Rainer M. Rilke, dalle Lettere di Berlicche di Lewis al Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, passando dalle Lettere ad una professoressa di don Lorenzo Milani e all’Opera in nero di Marguerite Yourcenar. Sosta significativa per alcuni aspetti legati alla nostra “sicilianitudine” sarà la lettura del Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia che darà il via agli incontri. 

*Rettore del seminario vescovile di Piazza Armerina



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