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Intervista a don Andrea Domenico Palma, il salesiano piazzese che sabato 6 giugno sarà ordinato diacono. "Quel nutella party, ha cambiato la mia vita"

Io innamorato di don Bosco

Il prossimo 6 giugno nella cattedrale di Messina, per l’imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione del vescovo ausiliare Cesare Di Pietro, il piazzese Andrea Domenico Palma sarà ordinato diacono. Insieme a lui saranno ordinati diaconi altri cinque salesiani. Andrea, lui stesso salesiano è nato a Piazza Armerina il 12 aprile del 1990. Andrea, figlio di Salvatore e Maria Antonella Buetto, ha un fratello Mirko, battezzato nella parrocchia San Antonio da Padova, ha poi completato i Sacramenti dell’iniziazione Cristiana nella Cattedrale. Ha conseguito il diploma perito programmatore e ragioniere presso ITC “Leonardo Da Vinci” di Piazza Armerina. In seguito ha conseguito il diploma in filosofia, presso Università Pontificia Salesiana di Roma e sta completando gli studi teologici per il baccalaureato in Teologia presso l’Istituto Teologico “San Tommaso” di Messina. Ha iniziato la sua formazione Religiosa presso la Congregazione dei Salesiani di don Bosco e ha emesso la Professione perpetua lo scorso 20 ottobre a Catania presso la casa salesiana “Santa Maria de La Salette”.
Ad Andrea abbiamo rivolto alcune domande.
Quali i sentimenti alla vigilia dell’ordinazione?
Sono molto sereno. Il cuore e l’anima sono pronti per vivere questo momento intenso.
Ci descrivi brevemente il tuo cammino personale ed il percorso ecclesiale alla scoperta della vocazione?
Può sembrare strano, ma i punti di svolta nella mia vita sono stati un pallone e un nutella party. Dio sa trovare escamotage fantasiosi per attirare e chiamare a sé. Fino a vent’anni non partecipavo alla vita di una comunità ecclesiale. Come tanti giovani, terminato il cammino di iniziazione cristiana, ho smesso di frequentare la chiesa. Durante l’adolescenza ho vissuto momenti di crisi e di ricerca di senso. Avevo escluso dalla mia vita Dio e trovavo piccole felicità che mi appagavano momentaneamente, ma non riempievano quel desiderio di pienezza che abita in me. Sono sempre stato un “cor inquietum”.
Entrando a far parte di una squadra di calcio, la PGS “Stelle Azzurre”, la mia vita cambiò. Questa squadra oratoriana fu l’appiglio con cui Dio si è servito per chiamarmi a sé.
Entrando in oratorio ho iniziato a partecipare ad un gruppo formativo. Attraverso i vari temi che venivano affrontati, si aveva modo di conoscere e scoprire la figura di don Bosco.
Questo santo mi ha cambiato la vita! Grazie al suo spirito e alle persone che mi ha messo accanto, sono riuscito a vivere quel passaggio che nel sogno dei nove anni di Giovanni Bosco manifesta il processo di conversione: i lupi si trasformano in agnelli, per poi diventare pastori di anime. L’essere animatore mi ha permesso di sviluppare tanti doni nascosti, doni che aspettavano solo di essere messi a disposizione per i ragazzi.
Innamorato di don Bosco, una domanda mi tornava sempre in mente: “che cosa farebbe don Bosco al posto mio?”. Affidandomi ad una guida spirituale, iniziai il mio discernimento per scoprire quale sogno avesse Dio sulla mia vita.
Gli anni di formazione quanto e come ti hanno cambiato?
Sono grato agli anni di formazione, ai formatori incontrati e alla Congregazione Salesiana. Durante il processo formativo ho imparato a radicarmi in Cristo. Questa è la motivazione più alta della vocazione donatami. La filosofia e la teologia mi hanno permesso di crescere umanamente e razionalmente nell’imparare a scrutare “cielo e terra”. Tuttavia credo che l’esame più bello sono i ragazzi. Ho vissuto diverse esperienze, ma i due anni del tirocinio vissuti nella comunità salesiana di Santa Maria de La Salette a Catania hanno forgiato la mia vocazione. Il contesto di san Cristoforo mi ha permesso di crescere in umanità e ad accompagnare i bisogni del prossimo. Se dovessi convogliare il tutto con una parola, direi che è stata una scuola di “paternità educativa-spirituale”.
C’è una figura di prete o laico che influito sulla tua vocazione?
All’inizio mi affascinava tanto il carisma di due sacerdoti salesiani, don Marcello e don Domenico. Loro sono stati per me degli esempi. I loro tratti con i ragazzi, l’allegria semplice, la gioia e l’ottimismo, l’amorevolezza tipica dei figli di don Bosco che incarnavano erano per me dei luminari che attiravano il mio sguardo ed alimentavano in me il desiderio di “rubargli il mestiere”. Vedevo in loro Don Bosco vivente. Sono contento che Dio, lungo il percorso formativo, li ha posti accanto al mio cammino potendo lavorare fianco a fianco. Entrambi sono state mie guide spirituali.
Quali pensi debbano essere le virtù fondamentali per essere un buon diacono e poi un buon prete?
Potrei riassumere in tre parole le virtù fondamentali: servizio, paternità, testimone. Credo ci sia veramente bisogno di sacerdoti che non abbiamo paura di chinarsi a lavare i piedi al prossimo. È importante ricordarsi che la nostra vocazione non è nostra, ma è un dono per la vita degli altri. Per questo bisogna scomodarsi, sapendo che è una responsabilità personale la cura pastorale. Uno slogan dei nostri tempi è: “chi non serve, non serve!”.
La paternità spirituale è una paternità che sa farsi carico del prossimo. Non è una paternità soltanto da altare, importante e fondamentale. La gente ha bisogno di riconosce un padre, un uomo che sia disponibile, che viva con passione educativa-pastorale il suo essere sacerdote in mezzo alla gente.
Infine, testimone. La santità non è qualcosa di astratto, ma è concreta e pragmatica. Passa attraverso le mani di chi realizza l’opera sapendo che tutte le persone che gli sono accanto sono collaboratori e insieme realizzano quella piccola parte di Regno di Dio che gli è affidato. Forse, per diverse persone, l’unico Vangelo che potranno leggere è proprio la tua vita.
C’è una immagine ideale di prete a cui vuoi ispirarti e perché?
Sembrerebbe una risposta scontata, ma non lo è! Sicuramente don Bosco. Riconosciuto dalla Chiesa come “Padre, Maestro ed Amico”, fu un santo poliedrico e versatile. Sapeva navigare in un mare di guai, ma non perdeva mai la fede. Ha posto l’Eucarestia e la Confessione come i pilastri della sua vita spirituale. Innamorato di Maria, ha servito la Chiesa facendo del sistema preventivo il suo cardine per l’educazione dei giovani “fino all’ultimo respiro”. Don Bosco è un gigante di santità. Io vorrei essere proprio così.



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