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La lettera del nonno ammalato di Covid-19 ai suoi nipoti, considerazioni a margine

Senza gli anziani siamo un popolo sradicato

Di lui sappiamo solo l’età, 85 anni e che probabilmente era un avvocato. E’ una delle tante vittime del Coronavirus deceduto in una Rsa, che sta sradicando la memoria storica di un popolo, portando alla morte una altissima percentuale di anziani, di nonni e nonne posteggiati in “prigioni dorate”.

La chiama così la struttura in cui si trovava l’anziano signore che scrive una lettera di addio indirizzata ai figli e ai nipoti per i quali ha sempre parole di amore e pubblicata giorni fa: “alcuni qui neanche ti salutano. Non volevo dirvelo per non recarvi dispiacere su dispiacere sapendo quanto avrete sofferto nel lasciarmi dentro questa bella prigione”. Parole serene di una persona pacificata con la vita, che non cova odio o rancore per nessuno, ma che ha la lucidità mentale per denunciare e gridare l’indifferenza che lo circonda anche alla vigilia della sua morte.

“Sembra infatti che non manchi niente- continua a scrivere nella lettera –  ma non è così…manca la cosa più importante, la vostra carezza, il sentirmi chiedere tante volte al giorno “come stai nonno?”. Sono sicuro che molte scelte di “ricoverare” gli anziani in una delle tantissime strutture di accoglienza presenti in Italia, sono davvero sofferte, per lo più nate da ritmi frenetici inconciliabili con il ritmo naturale della vita. Eh sì, perché il problema sta proprio in questo! Riconciliarci con il ritmo naturale della vita che ha essenzialmente la presente evoluzione: nascita, crescita, età adulta con le scelte di ognuno, vecchiaia e morte; senza considerare l’incognita della malattia che potrebbe arrivare “toutes les heures”, per dirla con i francesi.

L’interruzione del ritmo a cui il coronavirus ci sta nostro malgrado obbligando, mostra a tutti noi molte false certezze sulle quali si muovono le nostre vite, come su sabbie mobili: da quella economica, basata sugli algoritmi delle banche che trasformano i clienti in numeri, a quella sociale, in cui le differenze sono talmente profonde tanto da renderci conto solo ora che l’ hashtag iorestoacasa, lanciata dal Governo per contrastare la diffusione del Covid-19, vale solo per chi una casa ce l’ha e non potrà mai valere per gli oltre 50 mila senzatetto recensiti dalla Charitas italiana. Il ritmo semplice della vita ci ricorda invece che il mondo era stato creato per tutti e che l’uomo era il luogotenente di Dio sino al punto da decidere il nome delle cose.

L’inganno sta nel legare “crescita umana e sociale” con “produttività”, e questo non vale solo per la logica delle grandi banche, ma anche per la vita semplice di tutti i giorni. Inganno che emerge dal rapporto che la società attuale ha con gli anziani, con quella parte non produttiva e debole della vita. Il Coronavirus ha mostrato infatti che la parte più debole della società non sono i bambini, ma gli anziani. Se in una famiglia ci sono degli anziani, questi, inevitabilmente alterano i ritmi di ognuno, obbligano a dei turni di servizio e forse a qualche nottata in bianco nonché a qualche rinuncia di weekend vacanziero.

Cosa può dare un anziano alle nuove generazioni erasmus 2.0 (a parte la pensione)? Il peso della memoria e della storia che si perde quando muore l’ultimo nostro nonno, non possiamo solo rimpiangerlo come “opportunità sprecata”; occorrerebbe viverlo sino in fondo con gli anziani che fanno le nostre comunità cristiane (la percentuale maggiore) come occasione che il Signore ci dà per un vero e proprio passaggio di consegne, per capire da dove veniamo, quali sensibilità abbiamo ricevuto dalle generazioni precedenti e per sperimentare che la malattia e la morte fanno parte della vita e si affrontano insieme come famiglia e non solo come “fatto personale”. Tante energie impieghiamo – giustamente – per raggiungere i giovani e per formare le nuove generazioni, ma quanto tempo viviamo a servizio degli anziani? Forse poco o niente, poiché sembra “tempo perso”, sempre ad ascoltare gli stessi racconti o il più delle volte in silenzio o in un lungo monologo dettato dall’ alzheimer o dall’apparecchietto dell’udito fuori uso.

Nelle società antiche la figura dell’anziano aveva una notevole importanza per il suo ruolo sociale e culturale, tanto che gli veniva riservato il posto più elevato della scala sociale e politica; oggi le condizioni di vita permettono agli anziani di vivere più a lungo, ma li obbliga ad una solitudine estrema.

Papa Francesco nella parte centrale del suo discorso pronunciato durante la sua visita Pastorale alla nostra chiesa diocesana di Piazza Armerina, il 15 settembre 2018, disse: “Per favore, non lasciate soli gli anziani! I nostri nonni. Loro sono la nostra identità, sono le nostre radici, e noi non vogliamo essere un popolo sradicato! Le nostre radici sono nei vecchi. Avanti! Prendersi cura degli anziani, dei vecchi. Prendersi cura dei nonni. E che i giovani parlino con i nonni, così prenderanno le radici. Non dimenticate che la carità cristiana non si accontenta di assistere; non scade in filantropia – due cose diverse: carità cristiana e filantropia –, ma spinge il discepolo e l’intera comunità ad andare alle cause dei disagi e tentare di rimuoverle, per quanto è possibile, insieme con gli stessi fratelli bisognosi, integrandoli nel nostro lavoro”.

La carità cristiana non si accontenta di assistere, dice il Pontefice, così come l’anziano signore scrive nella lettera alla sua famiglia: “ho tutto, ma mi manca il vostro sorriso”. Siamo fatti per amare e per ricevere amore; fuori da questa relazione agapica ogni azione di servizio diventa sterile e può scadere in semplice filantropia, dove la fede non è più necessaria. «In Africa ogni anziano che muore è una biblioteca che brucia» diceva l’antropologo e filosofo maliano Amadou Hampâté Ba. Parafrasando tale espressione possiamo dire che l’Italia in questi due mesi ha perso buona parte di queste biblioteche; proteggiamo e leggiamo i libri rimasti, prima che sia troppo tardi.

A Natale insieme ai seminaristi abbiamo fatto visita a degli anziani, ospiti in due case di riposo presenti nel territorio diocesano. Mi colpì molto l’interesse di una signora novantenne per alcune immaginette natalizie che stavamo distribuendo. Mi avvicinai e mi chiese se poteva riceverne dieci! Meravigliato di tale insolita richiesta gli domandai il perché. L’anziana signora mi rispose così: “è per i miei dieci figli che mi hanno lasciato qui; lo scorso anno non sono potuti venire a farmi visita neanche per Natale,  ma quest’anno sicuramente verranno”. 



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