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La riflessione del Rettore del Seminario piazzese dopo la benedizione Urbi et Orbi

La fede “umanamante” divina di Papa Francesco

Penso che tutto il mondo, ieri, abbia appreso da ogni immagine della preghiera di Adorazione presieduta da Papa Francesco in una Piazza San Pietro drammaticamente vuota, una grande lezione di umanità e di fede. Il Papa, da discepolo di Gesù e successore di Pietro, ci ha insegnato la vera strada della fede: partecipare alle sofferenze di Cristo per entrare con lui nella gloria (Rom 8,17). Ci ha mostrato, grazie al suo passo claudicante e al suo incedere incerto, la strana “solidità” umana e divina della nostra fede che fa i conti con le domande radicali dell’umanità. Ha insegnato a tutti i cristiani, e principalmente ai seminaristi, ai presbiteri, ai diaconi e a tutti i consacrati, come stare nel mondo da discepoli.  Anzitutto ascoltando i richiami di Dio nella storia.  “Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”.

Il discepolo è chiamato ad avere un orecchio più attento alla voce di Dio; le nostre orecchie,  che ci sono state “aperte” con il rito dell’effatà nel giorno del nostro battesimo,  servono ad ascoltare la sua voce che parla anche nella storia (Dei Verbum, 4). In questa espressione ci sono tutti i temi cruciali del magistero di Francesco: dall’Enciclica Laudato sii all’esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”, per arrivare alla “Gaudete et Exultate” e alla Querida Amazonia. L’umanità si era illusa – dice Papa Francesco – di restare sana in un mondo malato. Il richiamo alla responsabilità, dell’affidamento del Giardino dell’Eden all’uomo affinché “lo coltivi e lo custodisca”, è stato lungo i secoli dimenticato a motivo di una alienazione causata dall’egoismo.

La Gaudium et Spes al numero 37 così si esprime: “Infatti, sconvolto l’ordine dei valori e mescolando il male col bene, gli individui e i gruppi guardano solamente agli interessi propri e non a quelli degli altri; cosi il mondo cessa di essere il campo di una genuina fraternità, mentre invece l’aumento della potenza umana minaccia di distruggere ormai lo stesso genere umano”. Guardare agli interessi propri, dimenticando il campo di una genuina fraternità, non è un male presente solo nelle grandi banche e tra le grandi potenze del mondo, è un tarlo che ha offuscato la presenza di Cristo anche nelle nostre comunità cristiane, nelle nostre parrocchie, nelle nostre facoltà teologiche, troppo spesso impegnate a difendere posizioni più che ad ascoltare la voce creativa e libera dello Spirito. Anche noi, pur dinanzi a gruppi ormai sparuti di fedeli, ma consolati dalla visione evanescente delle folle per le varie feste patronali, ci siamo ostinati a non ascoltare la voce di Dio che ci invita a conversione: la conversione  alla comunione e dell’unità, la conversione all’essenziale attraverso l’immunità della comunità.

Interessantissimo il passaggio del Papa circa l’immunità. “La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità”. Anche noi consacrati siamo stati raggiunti dall’ansia di prestazione, annaspando di trovare una identità che non cerchiamo più nel servizio alle persone affidate e nella fedeltà alla nostra condizione. Alcune scuole di pensiero teologiche si sono assorte a sede di giudizio, quasi a osservatorio permanente o tribunali, che “dalla finestre delle proprie certezze” si ergono a giudicare il mondo che passa, senza mai farsi raggiungere dalle lacrime dell’umanità e dalla testimonianza di fede semplice di molti “poveri”. Eppure le radici della nostra fede cristiana, a cui Papa Francesco rimanda, sono molto semplici: partono da una relazione vitale con Gesù Cristo, dalla esperienza che abbiamo ricevuto dai nostri nonni, posteggiati nelle case di riposo in attesa della morte, affinché non intralcino le nostre vite e i nostri piani e che ora però piangiamo perché i più colpiti dalla pandemia.

La fede che Papa Francesco ieri ci ha mostrato, non annulla le domande, non ha l’ansia di dare risposte immediate e consolatorie, ha l’umiltà di soffrire con chi soffre, di piangere con il mondo che si sente strattonato e sballottato come in mezzo alla tempesta. In tutto questo, ecco il metodo che ci suggerisce il Papa, stare solo sulla domanda dei discepoli e sulla successiva risposta di Gesù. La domanda dei discepoli è pragmatica, pratica: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (Mc, 4,38), la risposta di Gesù sembra su un altro piano: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (Mc 4, 40).

Il Papa declina tutto il suo discorso a partire dalla risposta di Gesù e cerca di farsi raggiungere, realmente, con tutto il peso dell’umanità, da quest’ultima. Perché allora abbiamo paura? Perché ci mancano le certezze, perché il futuro del mondo è incerto, perché abbiamo paura della sofferenza e della morte. Abbiamo paura perché si è sgretolata l’immagine già fragilissima che avevamo del Signore e forse della stessa esperienza di fede. Il Signore però è con noi, è nella nostra stessa barca, anzi, ci ricorda il Papa che sta “in poppa” e quindi nel caso di un affondo, sarebbe il primo ad essere travolto dalle acque. Il tempo che stiamo vivendo, dice Papa Francesco, “non è il tempo del giudizio di Dio, ma del nostro”, di ciò che riteniamo realmente importante e salvarlo e ciò che reputiamo non essenziale e avere il coraggio e la libertà di perderlo.

Anche noi cristiani dovremmo farci raggiungere da questo invito, memori della presenza del Signore Gesù in mezzo a noi e nella nostra umanità; l’invito a sentirci parte della stessa barca dell’umanità, di avere compagni di cammino malati e infermi, paralitici e storpi. Comprometterci con il mondo e sporcarci le mani, pronti a perdere la vita se necessario, ma capaci anche di annunciare, sul far del mattino, a notte ormai avanzata, la luce radiosa della resurrezione.



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