Main Menu

La visita al santuario del Santissimo Crocifisso di Papardura a Enna

Nella ricchezza della storia

Sulle pendici a sud-est della città di Enna c’è un gioiello di storia, arte, fede e cultura, incastonato nella roccia, che si chiama “Santuario del SS. Crocifisso della Papardura”. Un luogo di preghiera, di ritiro spirituale e di pellegrinaggio visitato ogni anno da decine di migliaia di persone. Nel tempo, è diventato anche una delle mete turistiche più frequentate della provincia.
Prende il nome dalla contrada, Papardura, che per gli arabi significava “roccia delle acque sgorganti”. E qui di acqua ce n’è davvero tanta. Lo studioso di storia patria, Salvatore Morgana, narra in un suo volume che nel 1546, un fedele, tale Angelo Lo Furco, realizzò in una delle grotte naturali della zona una cappella in cui pregare e incaricò un pittore anonimo di dipingere la scena raffigurante la Crocefissione di Cristo. Col tempo, la grotta fu abbandonata perchè i detriti che cadevano dalla roccia ne impedirono l’accesso fino ad occultarla. La leggenda racconta che molti anni dopo, nel 1600, alcune pie donne ebbero in sogno la visione del Crocifisso sulla rocca della Papardura. Così vi si recarono a pregare ottenendo grazie e miracoli. Il luogo divenne meta di pellegrinaggi. La grotta fu liberata dai detriti e grazie all’impegno degli agricoltori ennesi, i “Massari”, fu costruito un ponte sul quale fu edificata la chiesa-santuario, all’interno della quale è stata inglobata la grotta con l’affresco della Crocefissione. Tra il 1742 e il 1743, siccità e carestia provarono duramente la popolazione ennese che rivolse la sua preghiera a Dio in processione penitenziale, a piedi scalzi, fino alla Papardura. Ai fedeli, il parroco della chiesa di San Cataldo fece distribuire le “collorelle”, un biscotto impastato con pane azzimo, a forma di delta o, se volete, di tre anelli intrecciati, che chiamarono “cudduredda” propiziatrice. Si racconta che il successivo raccolto di frumento fu così abbondante che i granai non bastarono a contenerlo. Le “cudduredde”, impastate nel 2019 da 180 donne, rimangono ancora oggi componenti fondamentali delle tradizioni ennesi legate alla Papardura, i cui riti si rinnovano ogni anno durante la Quaresima e nelle giornate del 13 e del 14 di settembre. “Tra leggenda e storia, arte e devozione”, lo scrittore Rocco Lombardo ne parla nel suo libro dal titolo “Il Santuario del SS. Crocifisso di Papardura” edito da Fontana.
Il Santuario, di rara bellezza per le opere d’arte che custodisce, è caratterizzato da un soffitto ligneo realizzato da Paolo Guglielmaci, autore anche del “Casserizio” che troneggia nella sacrestia. Stupendi i “Paliotti”, di autori ignoti, degli altari di destra e di sinistra ed in particolare il paliotto argenteo di Pietro Donia (sec. XVIII) che arricchisce l’altare centrale. Statue, stucchi e decorazioni conferiscono pregio all’unica navata e all’abside della chiesa dove spicca il dipinto incorniciato della Crocefissione. Caratteristiche, all’esterno, le stazioni della via crucis che attraverso un ripido sentiero si arrampica fino al Calvario da cui si domina la vallata. Il santuario è sotto la giurisdizione della parrocchia “Mater Ecclesiae” e da sempre risulta amministrato da una deputazione di procuratori detta dei “Massari”, una sorta di confraternita cui appartengono proprietari terrieri e produttori agricoli della zona. Ogni due anni, al loro interno, eleggono un presidente, un depositario, due consiglieri e un segretario. Gestiscono il Santuario con rigore e devozione, con sacrificio e senza compenso. Le risorse economiche provengono da offerte e donazioni. Sono i custodi di una ricchezza di storia, di cultura e di fede. Un sentito ringraziamento al depositario in carica, Santo Calzetta, che ci ha fatto da guida sapiente e cordiale durante la visita al Santuario.



Rispondi