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Una riflessio sull'illuminazione che il giovane Newman ebbe in Sicilia durante la malattia a cura di mons. Rino La Della, grande conoscitore del nuovo Santo

Newman e la “luce” della Sicilia

Newman visitò la Sicilia nel 1833. Aveva 32 anni. Durante il suo viaggio vi si ammala e vive una profonda revisione di vita. Ciò che doveva esser un viaggio di maniera attraverso la Sicilia, inseguendovi, come era divenuto ormai consueto per i molti illustri viaggiatori del grand tour, i tratti della classicità, per Newman diverrà, in quella che egli stesso nel suo scritto autobiografico Apologia pro vita sua, chiama la sua seconda conversione, un ritorno al luogo della coscienza e ad una visione più chiara della sua “luce”. A scandire infatti la memoria del suo passaggio, una frase che ripetutamente ripete a se stesso, come a volersi convincere, che il luogo della coscienza è una meta che sta nel ritorno al luogo di origine, non già un territorio sconosciuto e buio da esplorare: «non ho peccato contro la luce!». Luce, come metafora della coscienza, e la coscienza come voce di una parola ascoltata da sempre nella dolcezza dell’interiorità più intima. È un viaggio, quello siciliano, che sospinge il giovane viaggiatore inglese, abbagliato dalla sua meditazione e confuso dalla debolezza della malattia che lo colse inaspettatamente, a un ritorno all’interiorità, alla “sorgente della vita” dove solo è possibile l’incontro con la luce “alla cui luce vediamo la luce” (Salmo 35, 10), la percezione netta e definitiva di quella “luminosa verità” del Solus cum Solo agostiniano che a 16 anni lo aveva determinato nella sua scelta religiosa. Se infatti quella esperienza “luminosa” lo aveva avvolto in una personale consapevolezza che in lui aveva determinato un credo teistico, ora invece, la medesima coscienza si illuminava di una certezza oggettiva, quella di un Dio che ha parlato, non solo nella coscienza ma anche alla coscienza: il Dio rivelato da Gesù Cristo, lui stesso Parola vivente. Di essa Newman ha fatto una descrizione insuperabile: «La coscienza è la voce di Dio nella natura e nel cuore dell’uomo, distinta dalla voce della rivelazione. È un principio impiantato in noi prima di ogni formazione, sebbene l’educazione e l’esperienza siano necessarie per il suo vigore, il suo sviluppo, la sua maturazione. È un elemento costitutivo della mente come la percezione di altre idee, il nostro senso dell’ordine e del bello, e come le altre qualità intellettuali. È il testimone interiore dell’esistenza e della legge di Dio. Prende la luce da Dio e non dall’uomo, come un angelo, pellegrino sulla terra, non sarebbe cittadino né dipendente dal potere civile […] Non si può risolvere in una combinazione di principi della nostra natura più elementari di essa […] è un dettame che comporta la nozione di responsabilità o del dovere, di una minaccia o di una promessa, fornita di una forza e vivacità che la distinguono da tutti gli altri elementi costitutivi del nostro essere. La coscienza non è un egoismo a lunga durata né il desiderio di essere d’accordo con se stessi; ma è il messaggero di colui che parla dietro un velo, e ci insegna e governa per mezzo dei suoi rappresentanti. La coscienza è il vicario primordiale di Cristo, un profeta con le sue informazioni, un re con i suoi ordini perentori, un sacerdote con le sue benedizioni e con i suoi anatemi. Anche se il sacerdozio eterno venisse a cessare nella Chiesa, il principio sacerdotale sussisterebbe nella coscienza e conserverebbe in essa il suo sostegno» (Lettera al duca di Norfolk. Coscienza e libertà, Milano 1999, 218-220).
Come si può notare, della coscienza non dà una definizione, ne fa piuttosto una descrizione in cui presenta i suoi molteplici aspetti. Essa nasce dalla sua esperienza di vita, che in Sicilia raggiunge un vertice assoluto ed è riassunta nella figura della “Luce”. Qui si ammalò e si trovò, tra Leonforte ed Enna, sospeso tra la vita e la morte, senza medici e senza cure. «Soprattutto quando rimasi solo, mi venne il pensiero che la salvezza è opera non di molti, ma di pochi […] fu allora inoltre […] che cominciai a pensare che avevo una missione da compiere» (Malattia di Sicilia, Troina 2010, 215). Questa malattia, insieme all’esperienza del movimento di Oxford, segnò l’inizio di una nuova fase nel suo sviluppo religioso. «L’avvenimento – spiega lo studioso G. Velocci – assume il carattere di una storia sacra; vi si incrociano due temi contrastanti: da una parte l’affermazione della propria volontà, che si rivela come la sua schiavitù e il suo assoggettamento al diavolo, dall’altra parte l’incontro con Dio che combatte contro di lui, lo vince e lo libera. Tuttavia se egli sente il suo peccato, se sente la gravità di un solo atto deliberato di consenso alla propria volontà con disprezzo della volontà divina, sente, nello stesso tempo, con forza inspiegabile che la volontà di Dio è la sua salvaguardia» (Incontrando Newman, Milano 2009, 149). Il suo domestico lo invitò ad esprimere le sue ultime volontà. Ma egli rispose: «Non morirò: non ho mai peccato contro la Luce. Ho un lavoro da compiere in Inghilterra». Newman non ha mai saputo cosa intendesse esattamente con queste parole; ma comprese la sua malattia come un evento mistico, provvidenziale, nel quale sperimentò la chiamata di Dio ad una fede più radicale ed ad una missione da compiere. Qui, nel segreto della coscienza e dei luoghi in cui la sua interiore Luce si confonde con la luce di una Sicilia che non esita chiamare “Eden”, incontra Dio come luce e guida, che lo invita a rinnovare la sua Chiesa d’Inghilterra; non aveva più nulla da temere, Dio era con lui e lo guidava. Annota nel suo diario siciliano: «Io avevo uno strano presentimento nella mia anima, che Dio incontra quelli che camminano nella sua via, che si ricordano di lui nella sua via, nei sentieri del Signore, che io dovevo mettermi nei suoi sentieri e nella sua via, e fare la mia parte; che egli incontra coloro che gioiscono e operano la giustizia e lo ricordano nella sua via» (Malattia di Sicilia, 219). Inaspettatamente guarì e riprese la via del ritorno. Durante il viaggio, pregò Dio in modo struggente, componendo l’ormai noto sonetto dedicato alla dolce Luce, The Pillar of the Cloud. (nota in Italia col titolo tratto dal primo verso Conducimi Luce Gentile, in Malattia di Sicilia, 185)
La sua interiore esperienza derivata dalla vicenda siciliana diverrà per tutta la sua vita un punto di riferimento. Contro certe idee di pensiero, tuttora riscontrabili nel mondo contemporaneo, che regalavano alla coscienza e perciò a tutti gli uomini il diritto di pensare, parlare, scrivere e agire secondo il proprio giudizio e il proprio umore senza darsi alcun pensiero di Dio, nell’illusione di essere insindacabili padroni di se stessi, il cardinale inglese, che oggi viene chiamato Doctor Conscientiae, richiama la relazione essenziale tra la coscienza e Dio, la cui voce l’uomo può percepire in questo suo mondo intimissimo. La coscienza diviene il luogo del superamento della mera soggettività nell’incontro tra l’interiorità dell’uomo e la verità che proviene da Dio, indicando la presenza percepibile ed imperiosa della voce della verità all’interno del soggetto stesso. Significativo il verso della poesia alla dolce Luce, The Pillar of the Cloud, che Newman compose lasciando la Sicilia, il 16 giugno 1833: «Amavo scegliere e vedere il mio cammino, ma adesso conducimi Tu!».
Non si comprenderebbe il senso di questo componimento orante, che a buon diritto è ritenuto uno dei capolavori della letteratura vittoriana, se non come una fenomenologia dello smarrimento e del ritrovamento della coscienza, che emerge come percezione interiore di una “dolce luce” e riconduce il soggetto al proprio centro. Chiede infatti di essere condotto, ma non specifica la meta. Piuttosto crea un contrasto stridente tra i cammini finora perseguiti dalla volontà, le luci abbaglianti dei giorni della giovinezza e delle sue passioni da una parte e il piccolo passo sorretto da quella Luce verso il sorriso di un mattino nuovo, oltre la notte, dall’altra.
Conduci, dolce Luce, in mezzo al grigiore che stringe intorno, 
conducimi Tu!
La notte è oscura ed io sono lontano da casa – 
Conducimi Tu!
Reggi Tu i miei piedi; io non chiedo di vedere 
la scena distante – un solo passo basta a me.
Io ero non sempre a questo modo, né pregavo che Tu 
dovessi condurre me.
Amavo scegliere e vedere il mio cammino, ma adesso 
conducimi Tu!
Amavo il giorno abbagliante, malgrado le paure,
L’orgoglio dettava leggi alla mia volontà; non rammentare
(anni passati
Ora che la tua potenza mi ha benedetto, ancor più 
essa mi condurrà,
attraverso landa e palude, oltre rupe e torrente, finché 
la notte svanisca
e con il mattino sorridano quei volti di angeli
che da sempre ho amato e per un poco ho smarrito.
Giovanni Paolo II pare commentare adeguatamente l’anelito espresso in questo componimento poetico allorché chiama Newman un “Ulisse cristiano”: «Un insopprimibile desiderio di verità ha spinto questo Ulisse cristiano ad avventurarsi con intelligente ed indomabile audacia alla ricerca di una “voce” che gli parlasse con l’autorità del Cristo vivente. Il suo esempio costituisce un costante appello per tutti gli studiosi ed i discepoli sinceri della verità. Egli li sollecita a continuare a porsi domande più profonde e più fondamentali sul significato della vita e di tutta la storia umana; a non accontentarsi di una risposta parziale al grande mistero che è l’uomo; ad avere la onestà intellettuale ed il coraggio morale di accettare la luce della verità, quali che siano i sacrifici personali che ciò comporti. Soprattutto, Newman è una magnifica guida per quanti si rendono conto che la chiave, il punto focale e lo scopo di tutta la storia umana si trovano in Cristo (cf. GS, 10) e, in unione con Lui, in quella comunità di fede, speranza e carità che è la santa Chiesa, attraverso cui Egli comunica a tutti la verità e la grazia (cf. LG, 8)» (Lettera all’arcivescovo di Birmingham, in Osservatore Romano,  8.7.1990, 1.4). La verità di questa riflessione può riscontrarsi palesemente nella vicenda di Newman. L’incontro con la luce della coscienza cui è anche rivolta la Parola della rivelazione suscita nell’uomo Newman, come in ogni uomo, il dovere di seguire quella divina autorità, vale a dire «la voce della coscienza sulla quale in verità la Chiesa stessa è fondata» e giungere al vero approdo, la Chiesa. Non a caso la sua terza ed ultima conversione vissuta una dozzina d’anni dopo nel ritiro di Littlemore lo condurrà alla Chiesa cattolica.



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