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Tradimenti e doveri, Cucchi e i carabinieri: ci sono abiti che devono fare il monaco

Una divisa, una stola, una toga non sono indumenti qualsiasi. Chi liberamente sceglie di indossarle si assume, davanti alla società, alla Chiesa, allo Stato una responsabilità che va al di là della sua persona. La sola vista di un carabiniere deve rassicurare il cittadino, egli è l’amico che lo difende dal nemico, anche a costo della vita. L’Arma dei carabinieri annovera tra le sue fila agenti onestissimi, lavoratori instancabili, tanti eroi, e, purtroppo, come accade dappertutto, qualche mela marcia. Fa male sapere che anche tra i carabinieri si sono intrufolati individui corrotti, collusi, prepotenti. Uomini che pensano di poter usurpare un potere che non hanno ricevuto. La gente del quartiere dove sono parroco e io stesso, abbiamo sofferto quando, pochi mesi fa, in un blitz contro la camorra e gli spacciatori di droga, è stato arrestato anche un carabiniere che da anni prestava servizio nella zona. Una delusione difficile da digerire, soprattutto dai giovani. Un carabiniere corrotto getta fango sull’Arma, sui colleghi, sui superiori, sullo Stato.
La storia della morte di Stefano Cucchi è assurda e dolorosa. In questi anni abbiamo sperato che la verità venisse a galla, ma che fosse diversa da quella che poi abbiamo conosciuto. Non è stato così. Dobbiamo ringraziare la sorella Ilaria, la sua caparbietà, la sua tenacia, la sua sete di giustizia, se oggi, lentamente, la luce della verità va emergendo tra le tenebre della menzogna. È terribile morire per le violenze subite da parte di servitori dello Stato. È doloroso pensare di doverti difendere da chi dovrebbe tutelarti. Ma non bisogna generalizzare.
Mai come in questi casi gli errori di valutazioni e di giudizio sono pericolosissimi. Abbiamo apprezzato le parole del Comandante Generale dell’Arma, Giovanni Nistri: «Ci sono episodi esecrabili per i quali l’Arma si deve scusare, non come istituzione, ma perché alcuni suoi componenti infedeli sono venuti meno al proprio dovere anche nei confronti dell’Arma stessa». Vero. Gli uomini dello Stato, quando tradiscono lo Stato, non rappresentano lo Stato. I carabinieri infedeli, rinnegano, sporcano, non rappresentano l’Arma. Allo stesso modo un prete che tradisce la missione ricevuta, lacera, insozza la Chiesa, ma non è la Chiesa. Per entrare a far parte di un Corpo si giura fedeltà agli ideali che quel Corpo si è dato; si indossa una divisa che porta onore, dice appartenenza, ma anche vincola chi liberamente ha scelto di indossarla. Un errore, un reato, un peccato di una persona qualsiasi non pesano quanto lo stesso errore, lo stesso reato, lo stesso peccato commesso da chi indossa una divisa o l’abito talare. Questa consapevolezza deve accompagnare il carabiniere, il prete, il magistrato, il sindaco a ogni ora del giorno.
L’abuso di potere di un agente non è abuso di potere dell’Arma. Non farebbe bene a nessuno questa confusione, anzi servirebbe ai nemici della società per creare scompiglio. Chi ha sbagliato deve pagare. Nessuno sconto per nessuno, ma pene severe, esemplari. L’ideale deve rimanere in alto anche quando facciamo fatica a raggiungerlo. Ha ragione il Comandante. Occorre vigilare, le mele marce vanno eliminate già alle prime avvisaglie. Non sono i ladri – di galline o di brillanti è la stessa cosa – che ci tolgono il sonno; i furfanti che spaventano sono quelli che rubano dal cuore dei giovani la speranza, la fiducia, la voglia di lottare. I nemici dello Stato non sono lo Stato. Ovunque si trovino. Comunque si chiamino. Prima di indossare la stola, il prete la bacia. Quando sale l’altare, trema. È lui e non è lui.
Anche il carabiniere in qualche modo non si appartiene più. Incarna un ideale altissimo; deve ispirare sicurezza, non paura. All’Arma dei carabinieri vogliamo ribadire la stima, vicinanza, amicizia. Lo sconcerto, il dolore, la rabbia provati per il caro Stefano Cucchi non hanno scalfito la fiducia nell’Arma. Occorre prendere atto però che per il futuro bisogna essere più severi nella selezione dei candidati. Non si diventa carabiniere per mancanza di alternative lavorative, ma per vocazione. E a chi questa chiamata non sente la divisa deve essere interdetta.

Avvenire.it



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